TreccaniLab
  Treccani.itContatti
   
  In/Out
  Biennale d'Arte


   

Per fare lo sceneggiatore bisogna avere qualcosa da raccontare, per fare il regista bisogna essere un grande affabulatore
Intervista a Paolo Virzì

Livornese di nascita, romano di adozione, sarcastico e dissacratore come tutti i toscani, Paolo Virzì, straordinario narratore di storie che svelano il difficile e spesso doloroso passaggio dall’infanzia all’età adulta, confessa che quanto sia difficile trovare un equilibrio per ogni artista, sempre in bilico tra lo spirito di onnipotenza e la più nera sfiducia nelle proprie capacità. Il segreto: “accettare il proprio destino di sentirsi e comportarsi come eterni adolescenti”

Cosa ti ha spinto a fare cinema? Quali sono stati i tuoi primi passi in questa direzione?

Mi è capitato tante volte di confessare che non ho avuto proprio una giovinezza da cinefilo, mi appassionavano semmai di più il teatro, la politica, la letteratura. Mi piaceva scrivere, disegnare, mi divertiva anche recitare, in una compagnia teatrale amatoriale livornese, ma davanti al pubblico sudavo e avevo attacchi di tachicardia. Al Centro Sperimentale di Cinematografia venni per frequentare il corso di sceneggiatura, ed al contrario di quasi tutti i miei colleghi ero pressoché a digiuno di film. Così nelle proiezioni mattutine della scuola mi sciroppai volentieri di tutto, dalla Corazzata Potemkin a tutto Emmer. Scoprii con sorpresa, ed in ritardo colpevole, che c’era stato in Italia un cinema che aveva fatto quello che avrei voluto fare scrivendo romanzi o testi per il teatro. Certi film di Germi, di Scola, di Monicelli, di Comencini, di Risi, di Pietrangeli, erano come dei grandi romanzi, spiritosi, sagaci e carichi di umanità. E ci si poteva trovare dentro una specie di “spirito critico della società italiana”, della quale erano spesso specchio ironico, ma anche testimonianza struggente. La sorte volle che ad insegnare lì al Centro Sperimentale ci fossero alcuni autori tra i protagonisti di quella stagione: Suso Cecchi D’Amico, e soprattutto Furio Scarpelli. Furio, dopo la scuola, mi prese a bottega con sé ed insieme a lui mi trovai a scrivere i copioni più disparati, da certe miniserie televisive di genere commedia sentimentale, a drammi giudiziari, a film sulla guerra coloniale in Etiopia.

E com’è successo che sei diventato anche regista?

Forse perché quando, in quegli anni, mi misi a scriver copioni, di registi della mia generazione ce n’erano pochi o punti. A dire il vero in quel periodo nutrivo anche uno spirito polemico, un po’ per scherzo un po’ sul serio, verso la figura del “regista”, Può darsi che fosse un’eredità degli sfottò della categoria verso i loro colleghi, i quali, dopo il lungo lavoro a tavolino, van sul set a pavoneggiarsi in groppa ai dolly a beneficio dei fotografi e magari hanno la civetteria di lasciar intendere ai cronisti che stanno improvvisando tutto in quel momento, in preda al raptus dell’ispirazione creativa. Un film è il frutto di un lungo lavoro e la fase delle riprese è importantissima - si tratta di render vive e convincenti delle pagine scritte - ma non è certo l’unico momento creativo del film, che nasce in genere nella testa dell’autore, o degli autori, poi viene seminato sulla carta, quindi sboccia sul set ed infine fiorisce e matura al montaggio. Per fare il regista serve in fondo tanta pazienza, una certa noiosa pignoleria, salute fisica, ottimismo, fortuna. Il regista è lì sul set per essere il custode dell’anima del film. Comunque, per quanto mi riguarda, andò così: mi trovai a fare il regista di un copione che, insieme ad altri, avevo scritto, e prima d’allora non avevo mai messo piede su un set cinematografico. Il film era La bella vita.

Non avesti paura di fallire?

Non avevo niente da perdere. Avevo 29 anni e  una certa dose d’incoscienza, conoscevo per filo e per segno quella storia, quei personaggi, quegli ambienti piombinesi. Al direttore della fotografia, l’ottimo Paolo Carnera, dicevo: “Vorrei vedere lei da vicino”, o “da lontano”. “Un bel faccione grande”. Oppure: “Lui che cammina piccino piccino”. Forse quel film non ha proprio delle riprese spettacolari da mozzare il fiato, ma non mi pare nemmeno che fossero necessarie. Servivano semmai malinconia, grigiore e struggimento.

Il film ebbe successo?

Tenuto conto dell’epoca si può dire di sì, rimase in sala qualche mese. Fui insignito di una carrettata di premi e premiucci. Mi fu proposto di fare altri film.  

Che tipo di regista sei, come ti comporti sul set?

Cerco complicità e collaborazione con tutti,  non mi piace terrorizzare la troupe, al contrario preferisco un clima sereno e se possibile scherzoso. Certo se ci sono dei problemi o degli ostacoli, ho imparato presto anche a far la voce grossa. Mi piace soprattutto accudire gli attori, farli sentire protetti, in modo che possano tuffarsi ad occhi chiusi nella scena. Io poi li seguo dal monitor facendo smorfie di partecipazione e contorcendomi come una specie di indemoniato. Se mi capita di rivedermi nel girato dei backstages, mi vergogno come un ladro e impongo sempre di tagliarmi. 

Hai mai avuto paura di non farcela? Hai mai dubitato delle tue capacità?

Mi sa che chiunque nel bene e nel male pratichi un’attività artistica, sia vittima di momenti di assoluta esaltazione, e di altri momenti, al contrario, di profonda depressione e insicurezza. Anch’io  a volte mi sento come Arturo Bandini, l’eroe dei romanzi di Joe Fante: il migliore di tutti, oppure l’ultimo della terra. Diciamo che l’artista, se un cineasta può considerarsi tale, è condannato a non esser mai una persona equilibrata, pienamente appagata, ma il suo destino è una specie di eterna ed inquieta adolescenza.

 Età che deve piacerti molto dal momento che è sempre al centro dei tuoi film: da Piero Mansani in Ovosodo, al simpatico Tanino in My name is Tanino, sino alla smarrita Caterina in Caterina va in città, sempre di ragazzini si tratta.

Tra le tante storie ce n’è una che vale sempre la pena di raccontare: il cammino, buffo e doloroso, della crescita, il viaggio dalla fanciullezza all’età adulta, che ti costringe a perdere qualcosa per guadagnare qualcos’altro. È il percorso iniziatico per eccellenza, quello narrato dai romanzi che si leggono in gioventù, e che rimane dentro per sempre in forma di archetipo.

Il tuo ultimo film N – Ucciderò il Tiranno! mi sembra invece sia un po’ diverso, in costume, ambientato nell’Ottocento, non in provincia?

Ho paura che ti sbagli, mi sa che anche questa volta sono alle prese con la solita storia. Ambientata in una provincetta come Portoferraio, ad un tiro di sasso dal condominio dove abitavano i protagonisti del mio primo film,  solo che siamo nel 1814. Un giovane ragazzo aspirante poeta e appassionato libertario, Martino Papucci, diventa il bibliotecario di un anziano e annoiato Napoleone in esilio all’Isola d’Elba, con lo scopo di fargli la pelle. E’ la storia dell’incontro tra il candore e l’idealismo dei vent’anni con la malizia ed il disincanto dell’età adulta e del potere. Ritratto dell’Italia politica, percorso di formazione di un giovanotto provinciale, non ti pare che siamo alle solite?

Se non avessi fatto il regista cosa avresti voluto fare?

Mia madre voleva che facessi il medico, lei è un po’ ipocondriaca e adora farsi fare le ricette. Immaginava forse di poter disporre di una quantità inesauribile di visite e prescrizioni. Io cerco sempre di rincuorarla spiegandole quello che ha scritto James Hillman: che chi racconta storie è un po’ un dottore, si dedica alla terapia dell’anima e come medicina utilizza la narrazione. Da ragazzo, in realtà, pensavo che avrei fatto il maestro elementare o l’insegnante di scuola media.  Adesso, quando mi guardo intorno e vedo proliferare, specie nelle università, i corsi di regia, di sceneggiatura, di recitazione, e la maggior parte degli studenti iscriversi a Musica e Spettacolo, Cinema e Teatro,  Tivù e Comunicazioni, mi domando con un brivido chi costruirà i ponti, le case, le strade, chi farà nascere i bambini e opererà a cuore aperto, chi insegnerà a leggere a scrivere e a studiare ai nostri figli. Qualche regista o sceneggiatore mancato?

Quale consiglio daresti a giovani che volessero fare il tuo lavoro?

Per fare lo sceneggiatore bisogna saper scrivere ma soprattutto avere qualcosa da raccontare: per farlo non servono produttori e contratti, ma basta un foglio di carta e un lapis. Bisogna aver confidenza con la letteratura e con i film, e magari con il teatro. Ma soprattutto bisogna saper prendersi a cuore i casi delle persone, dunque più che la fantasia bisogna saper praticare l’osservazione e, semmai, l’immaginazione che ne scaturisce.  Per quanto riguarda il mestiere del regista, ritengo che si debba comunque partire dall’avere qualcosa da raccontare, e dal saperlo narrare con gli strumenti che hai a disposizione. La macchina da presa, con una troupe di duecento o di cinque persone, la pagina scritta, la propria voce. Il regista deve sapersi trasformare in un affabulatore, deve saper coinvolgere e conquistare chi lo ascolta con la propria storia e con il modo di raccontarla. Qualche tempo fa sono andato a Marrakesh e nella piazza principale, dove si fa il mercato e si vende di tutto, dai tappeti agli iguana, dalle spezie ai camaleonti, ho visto dei capannelli in mezzo a ciascuno dei quali spiccava un tizio che raccontava qualcosa concitatamente e con ampi gesti e un altro tizio accanto dall’aria mesta e contrita che annuiva in silenzio. Mi è stato spiegato che chi aveva subito qualche disgrazia, la casa bruciata, una perdita di soldi, un lutto, si rivolgeva a uno di questi cantastorie che si prendeva il compito di riferire al pubblico le sciagure altrui, cercando di renderle interessanti e avvincenti, allo scopo di ottenere mance ed elemosine. Alla fine il cantastorie ed il disgraziato di turno si dividevano, in parti uguali, quanto raccolto. Chiamiamolo l’incasso dello spettacolo. I “raccontatori” più bravi erano quelli che avevano più pubblico intorno. Indipendentemente dalla gravità delle sciagure o delle peripezie da narrare, quanto piuttosto per la capacità di coinvolgere e di conquistare l’attenzione ed il cuore della gente. Ecco quei tizi facevano in fondo il nostro stesso mestieraccio, e, osservandoli, mi sono sentito una specie di loro collega. Solo con qualche stupido privilegio in più.

A cura di Gaia Marotta

torna su

 

interviste

scuole

Link

Scheda di Paolo Virzì

 


© Istituto della Enciclopedia italiana 2007-2010