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Non di soldi ha bisogno un produttore ma della necessaria abilità per sapere a chi chiederli e di affidabilità per ottenerli
Intervista a Riccardo Tozzi

Oggi la competizione è fortissima e non parlo solo di competizione tra i diversi film ma tra diverse forme di intrattenimento. Bisogna essere preparati, studiare, avere una buona cultura. Per cominciare la strada migliore è la meno diretta, fare esperienza in settori paralleli a quello della produzione e poi entrare magari dalla porta di servizio.

Quando e come è successo che Lei ha deciso di lavorare nel cinema?

Quando ero ragazzo, leggevo molto e andavo spesso al cinema. Mi piaceva e nella mia testa ero convinto che avrei voluto lavorare in questo settore ma non come scrittore o come regista, quanto come organizzatore, volevo essere l'editore. Venivo da un ambiente in cui non solo non c'era un libro ma neppure nessuno che avesse mai letto un libro ed io che amavo molto leggere, amavo l'idea di poter un giorno organizzare la produzione artistica e intellettuale e di farla arrivare a molti. Non ho mai avuto un'idea elitaria della cultura, anche perché se fosse stato così io non l'avrei avuta. Quindi una decisione di fondo precocissima. Poi però mi sono laureato in economia e ho cominciato a lavorare in un ufficio-studi di una banca. Mi sono rotto le scatole però quasi subito e ho deciso di tornare ad occuparmi delle cose che mi interessavano, ho lasciato il lavoro e ho cominciato a lavorare in una società della Rai, la Sacis, in cui ho avuto modo di fare un'esperienza preziosissima: quella di vendere i prodotti italiani all'estero. E' stato veramente importante, intanto perché si trattava di un lavoro pratico, preciso e poi la possibilità di conoscere tutti i mercati del mondo, in un'epoca in cui i prodotti italiani si vendevano benissimo. Più tardi, sempre rimanendo alla Sacis, sono passato alle co-produzioni con cui devi mettere assieme due mondi, due industrie, due gusti. Poi sono venuti gli anni Ottanta, con la crisi del cinema, ed io mi sono incuriosito della nascente fiction, per cui ho deciso di trasferire in questo nuovo settore le co-produzioni e quando Berlusconi volle creare la sua struttura di produzione di fiction, mi chiamò e io ci andai volentieri e feci anche questa esperienza come responsabile della fiction di Mediaset per una dozzina d'anni. E' lì che ho potuto sperimentare i meccanismi di marketing del mercato, conoscere il pubblico e i suoi gusti. Verso la seconda metà degli anni Novanta, anche con la ripresa del cinema italiano, ne sono uscito, convinto di poter mettere a frutto tutte queste mie esperienze, non ultima quella di marketing, fondamentale per chi voglia fare questo lavoro. Così è venuta fuori questa azienda che produce e realizza film d'autore, prevalentemente tratti da romanzi, ma con un'impronta fortemente imprenditoriale.

E' un caso o una scelta precisa il fatto che molti dei film realizzati siano tratti da libri?

Non è un caso, è una scelta ben precisa, si tratta di un amore per il racconto, per il romanzo. Lo story telling è quello che mi appassiona di più e che so gestire meglio.

Quali sono le caratteristiche che inducono a puntare su un romanzo?

Parlando di un tipo di cinema che è quello che facciamo noi (ovviamente ci sono tante altre tipologie), il nodo fondamentale è proprio il racconto, la storia stessa del libro, il fatto che contenga una dinamica interna, un'idea che abbia un forte potenziale per articolarsi in una storia. Mi piace poi che abbia un'anima popolare, una firma d'autore certamente ma anche una natura popolare. Per me ha senso se piace al pubblico e se il pubblico va a vederlo e reagisce in maniera forte. Abbiamo appena fatto un film tratto da un piccolo libro che è “Tre metri sopra il cielo” di Moccia, un film da ragazzini, e io ti confesso che sono andato a vederlo tre-quattro volte, perché ogni volta che le ragazzine si mettono a cantare le canzoni di Ferro o gridano 'stronza' alla protagonista, io sono felice. Così quando il pubblico si ferma ad ascoltare la canzone di Vasco Rossi ai titoli di coda di Non ti muovere. Queste le mie soddisfazioni, anche se non è per tutti così.

Quali difficoltà s'incontrano nel fare questo lavoro?

E' difficilissimo fare questo mestiere e il problema principale è il problema dell'accesso. Ci sono persone di grandi capacità, di grande volontà ed entusiasmo che non riescono ad accedere, a entrare. Questo vale per tutti i campi e probabilmente sarà il motivo principale per cui il nostro Paese andrà in rovina. L'accesso è difficilissimo. A ciò si aggiunga che il nostro cinema sta passando un periodo di risveglio ma ancora i tempi sono lunghi. Il contesto verso cui si sta andando è che si formeranno quattro-cinque-sei case di produzione grosse e altrettante case di distribuzione, e ci sarà poco spazio per i piccoli produttori indipendenti. Quindi chi voglia fare questo mestiere oggi deve cercare la strada o per entrare a far parte di una delle grosse compagnie o cercarne una laterale, come è stata la mia. Ilde Corsi che fa questo lavoro da anni è in realtà un ufficio stampa, altra entrata laterale. Venire da una professionalità specifica è utile, mentre la gavetta dall'organizzazione produttiva secondo me non è utile, anzi può essere controproducente. Questo perché la figura del produttore oggi è molto complessa. Fare il produttore negli anni Cinquanta o Sessanta era molto più semplice, perché la filiera era più semplice: la gente andava molto al cinema perché non c'era altro da fare, quindi le sale cinematografiche facevano i soldi e avevano bisogno di film, pagavano le case di distribuzione che a loro volta davano i soldi alle case di produzione. Oggi invece fare il produttore è estremamente selettivo. Devi essere sveglio sul piano editoriale, capace di gestire il talento, molto sensibile al marketing, in grado di trovare fonti di finanziamento, che non sono più una sola, le case di distribuzioni, quindi i saperi che si richiedono sono tanti.

Cosa intende per “gestione del talento”?

Oggi la competizione è fortissima e non parlo solo di competizione tra i diversi film ma tra diverse forme di intrattenimento. L'abilità è di indurre il potenziale spettatore a uscire di casa, andare al cinema invece che da un'altra parte, andare a vedere proprio il tuo film. E' un meccanismo assai complicato che richiede un sincretismo tra produttore e autore così da fare non solo un bel film ma anche un film che risponda alle aspettative del pubblico. Questa cosa non si impara sul set.

E come si diventa allora produttore, ci sono scuole?

C'è la Scuola nazionale di cinema ma, come tutte le scuole, ha questo limite d'origine, ossia essendo nata al tempo del cinema d'autore, la società e il mercato erano molto diverse. Non si capisce quanto sia importante la dialettica produttore-autore. Si pensa che nel cinema, l'autore scriva per conto suo la sua sceneggiatura e poi il produttore sia colui che organizza il set. Il cinema non è mai stato questo. Le scuole risentono ancora di questa mentalità, per cui formano autori che ritengono di poter fare tutto da soli senza confrontarsi con nessuno e produttori che in realtà sono organizzatori generali o destinati quantomeno a diventarlo. Hanno un'idea di produttore estremamente produttiva e anacronistica. Non basta: è necessario o stare a contatto con produttori operanti in case di produzioni, anche se non è facilissimo, facendosi avanti a gomitate.

Quali le qualità che un aspirante produttore deve avere?

La cultura in genere è fondamentale per fare questo mestiere, penso a Procacci, alla Corsi e agli altri sono tutte persone preparate, persone che spesso hanno più cultura degli autori stessi. Anche perché la gestione del talento ha a che fare con questo, il produttore deve poter trattare alla pari con l'autore, quindi essere preparato. Poi ci vuole una grande passione e infine la capacità di relazione, ossia riuscire a mettersi nella testa di chi hai di fronte.

Bisogna avere i soldi per fare il produttore?

Chiariamo una cosa fondamentale: lo stesso Tronchetti Provera se deve mettere i soldi in un'impresa qualsiasi li trova, se li fa prestare, certo non mette i suoi. Avere o non avere i soldi è indifferente, perché anche chi li ha non ce li mette. Nessuno mette i soldi propri, l'imprenditore mette i soldi delle banche, che esistono proprio a questo scopo. Però è ovvio che le banche prestano i soldi solo a chi abbia una certa credibilità e affidabilità. Un produttore è un imprenditore in tutto e per tutto. Si può essere un ottimo editor o producer ma non avere abilità imprenditoriale e quindi non avere la capacità di mettere su una società autonomamente. Quindi il produttore deve avere capacità di vendita delle cose che realizza (andare dalla Medusa e vendere il suo film), capacità di tenere i rapporti con le banche, cosicché le banche si fidino di lui, deve sapere in partenza trovare qualcuno che metta un po' di soldi nell'impresa. Il capitale iniziale per sviluppare il film il produttore deve averli per conto suo così da avere assicurata la propria autonomia, la piena libertà di movimento e anche una certa autorità nei confronti dell'autore.

Un ultimo consiglio quindi.

A chi desidera intraprendere questa strada, il mio consiglio è quello di fare esperienza in un settore parallelo, un mestiere preciso che gravita intorno alla produzione, ufficio stampa, vendita film, distribuzione, per entrare in questo campo da canali traversi. Il set sinceramente mi sembra il meno adatto.

A cura di Gaia Marotta

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