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Dubbi tanti, tuttavia la vera passione per la scrittura si intuisce quando a qualsiasi costo e malgrado il più negativo dei giudizi, non puoi farne a meno, quando un bisogno irrefrenabile ti costringe a scrivere

Intervista a Francesco Piccolo

Per scrivere bisogna innanzitutto vivere, bisogna conoscere gente, bisogna fare esperienze, sentire emozioni, confrontarsi col mondo, arricchirsi come persone. Bisogna leggere, andare al cinema, alle mostre, essere curiosi degli altri, bisogna osservare il mondo e disposti ad imparare da esso. Questo apprendistato generico è fondamentale per chi voglia scrivere

Perché il passaggio dalla letteratura al cinema?
In realtà è il cinema che in un certo senso è venuto da me, quando una persona che mi conosceva, che leggeva i miei libri, Gianluca Greco, aiuto di Virzì per tanti anni, mi ha chiesto di aiutarlo a scrivere il suo film di esordio. Mi raccontò questa storia, mi piacque e cominciai a scrivere la sceneggiatura. Poi ho lavorato con Virzì, con Soldini e così via. Comunque anche prima di cominciare era una via già segnata. Intendo dire che dentro di me sapevo che un giorno avrei 'scritto per il cinema', semplicemente non volevo fosse una cosa troppo astratta, 'scrivere per cinema', ho aspettato di scrivere per il cinema dedicandomi a un progetto preciso, più specifico.

Come ti sei trovato nel passaggio dal romanzo alla sceneggiatura da un punto di vista tecnico, di stile di scrittura?
La sensazione è stata immediatamente di trovarmi a casa. La differenza esiste indubbiamente, però resta comunque una proiezione del proprio specifico talento che è quello della scrittura. Io ho un rapporto con la scrittura di continua manipolazione e ricerca di nuove forme espressive: ho sempre scritto per il teatro, per i giornali, provo sempre a deviare dalle strade già conosciute, è una sorta di sfida. Con la sceneggiatura la simbiosi è stata immediata. La differenza sostanziale tra lo scrivere un romanzo e scrivere una sceneggiatura è che nel primo caso l'autore è da solo, nel secondo invece quasi sempre si lavora con altri, ci si confronta, si discute. E' un processo creativo estremamente stimolante, mi piace molto che dal confronto di più persone si crea una storia, dei personaggi, dei dialoghi.

Quali sono i problemi che insorgono nello scrivere sceneggiature?
E' un lavoro molto faticoso, non quanto ovviamente un lavoro manuale, ma comunque faticoso. E' come fare quelle parole crociate difficili che si trovano nell'ultima parte della settimana enigmistica, perché devi tenere sempre tutto sotto controllo, perché sei costretto a 'dimostrare' attraverso il racconto i tuoi personaggi, il loro carattere, chi sono. Non basta dire 'timido' devi far vedere allo spettatore perché quel dato personaggio è timido, con le sue azioni, i suoi comportamenti, con le facce. Questa è una parte che trovo molto seducente del mondo del cinema e che mi è anche servita molto nella stesura dei romanzi, non esistono scorciatoie nel cinema. E' una ragnatela da costruire piano piano, come un puzzle di settemila pezzi, un percorso lento, graduale, dove se sposti una pedina devi ricominciare da capo. Questo aspetto della scrittura delle sceneggiature si conosce poco, per cui spesso c'è il pregiudizio che fare lo sceneggiatore sia 'più facile', che si tratti di una forma di scrittura inferiore. Non è vero.

Qual è il processo creativo dal soggetto in poi, come si evolve il racconto?
Innanzitutto dipende molto dalle persone con le quali lavori di volta in volta. E' comunque tutto molto stimolante. Sono persone che diventano amici intimi, con i quali si crea un legame fortissimo, e con le quali ti devi adattare in un certo qual modo, ossia c'è chi scrive solo la sera, chi solo la mattina, chi un giorno si e l'altro no, chi tutti i giorni, per dire le cose più banali. A volte ognuno si occupa di una scena, altre si lavora tutti insieme. Non ci sono regole e cambia con il cambiare delle persone. Una volta ho letto un'intervista a Suso Cecchi D'Amico che diceva che i suoi film migliori li aveva scritti con gli amici, ed è vero, è proprio così. Inventare una storia, vedersi tutti i giorni per mesi, essere coinvolti con altre persone in un processo creativo è veramente un'esperienza coinvolgente che cementa legami fortissimi. E' molto bello comporre tutti gli elementi che nel soggetto sono appena abbozzati. Il soggetto è il primo passo del processo, è il racconto di una decina di pagine di ciò che si vuole raccontare. A volte il soggetto è tuo, a volte di altri o tratto da una romanzo. Segue il trattamento in cui si cominciano a sviluppare le varie parti della storia, l'idea del soggetto da una decina di pagine diventa di una cinquantina. Cominci a raccontarti in maniera più dettagliata la storia, i personaggi, gli accadimenti. Per esempio se si parla di una storia d'amore, compito dello sceneggiatore è dire dove si compie questo amore, in quale casa, in quale parco, in quale città, come sono vestiti, cosa si dicono, che carattere hanno, tutti questi elementi che come fossero i tasselli di un puzzle devi fare combaciare tra loro perché alla fine creino una visione d'insieme.

Quali di questi elementi trovi più difficile da sviluppare?

Personalmente l'aspetto che trovo più difficile è di mettere in piedi la costruzione di una storia, di creare una trama che funzioni da un soggetto, non i dialoghi che mi vengono facilmente.

Quali le difficoltà che incontra chi fa questo mestiere? Quali le rinunce?
Da un punto di vista economico, ovviamente fare cinema ti permette se hai una certa continuità di lavoro di vivere con minori preoccupazioni rispetto a chi fa solo lo scrittore. Sono in effetti pochissimi nel mondo gli scrittori che possono permettersi di fare solo questo, senza dover ricorrere ad altri lavori. Poi c'è chi considera gli altri lavori solo una maniera per sopravvivere e chi invece considera ogni attività parallela alla scrittura come una maniera diversa di esprimersi, una via alternativa di arricchimento. Così, per esempio, è per me. La vera rinuncia di chi fa lo sceneggiatore è il tempo. Scrivere sceneggiature ti impegna per mesi durante i quali la tua vita privata ne risente inevitabilmente. Stranamente il fatto di essere sempre a casa farebbe credere di essere molto più disponibile. Ma non è così. Chi scrive c'è fisicamente ma in realtà è del tutto assente, a scapito della famiglia, degli amici, di ogni altro aspetto della propria vita. L'anno scorso che dovevo viaggiare molto per promuovere il mio libro e che quindi stavo a casa molto poco, dal punto di vista qualitativo il tempo che trascorrevo con i miei era di gran lunga migliore, più rilassato, rispetto ad ora che invece sto sempre a casa. D'altra parte bisogna anche considerare che secondo me le persone che fanno questo lavoro sono un po' malate, nel senso che se non ci fossero dei freni razionali, se non ci fosse la stanchezza, se la vita non prendesse alla fine il sopravvento, uno scrittore che ama scrivere lo farebbe sempre, tutto il giorno e tutta la notte, senza fermarsi. Spesso ci si trasforma in una persona che ha rapporti singhiozzanti con gli altri. Il paradosso è che si creano rapporti strettissimi con le persone con le quali lavori e finisci invece per trascurare i tuoi cari, la tua famiglia.

Quanto è importante la disciplina in questa professione, ossia la capacità di stare ore e ore seduti a una scrivania, chiusi in una stanza?
Personalmente ho una grande capacità di lavorare. Non ho mai privilegiato la qualità in se stessa, ho sempre dato più importanza alla quantità di tempo dedicata al lavoro, alla quantità di lavoro prodotto, di ore passate alla scrivania appunto. Dal momento che la qualità di ciò che faccio non riesco a trovare l'obiettività per giudicarla, l'unica elemento quantificabile, riscontrabile è la quantità di lavoro, a prescindere dall'umore, dal fatto di sentirsi quel giorno un grande scrittore o l'ultimo, di sentirsi nervoso o felice, a prescindere da tutte queste cose io mi metto lì e lavoro, a prescindere anche dal fatto che un giorno scrivi solo quattro righe e il giorno dopo dieci pagine, dal fatto che un giorno passi tutto il tempo al telefono o a smangiucchiare perché ogni scusa è buona per distrarsi, non ha importanza, comunque stai dentro casa a lavorare. Questo è l'unico metodo che conosco e in cui mi ritrovo.

Hai mai avuto paura di non riuscire, dei dubbi sulle tue capacità?
Sempre, ieri come oggi. Ma c'è un fondo di forza che ogni persona creativa possiede. E' questo che fa la differenza tra chi è veramente creativo e chi non lo è: il fatto di sentirsi testardamente costrette a fare quella cosa, a scrivere, a dipingere, a suonare. Il non poterne fare a meno, qualsiasi cosa accada, qualsiasi giudizio negativo ti venga dato, qualsiasi insuccesso o stroncatura si riceva. Comunque sentire il bisogno fisico di esprimersi. Questa forza interiore, questa spinta io la sento fortissima e l'ho sempre sentita. Riguardo ai dubbi e alle incertezze sulle mie qualità ne ho tantissimi, sempre, ma proprio per questo l'unico antidoto secondo me è il lavoro stesso, la quantità di lavoro che si fa, di cose che si scrivono. Io amo scrivere, ho sempre voluto fare solo questo e il fatto stesso di esserci riuscito, il fatto stesso di scrivere per mestiere mi basta, mi riempie di gioia e di soddisfazione, mi alzo la mattina contento di ciò che mi aspetta, poi se non valgo poco importa.

Cosa ti ha dato più soddisfazione, la letteratura o il cinema?
Ciò a cui sei più attaccato è la prima cosa che hai fatto, il primo libro che hai pubblicato, perché ti senti come Cenerentola che entra al ballo del principe. Poi dopo ho scritto dei film che mi piacciono molto. Io faccio sempre differenza tra ciò che piace a me, tra ciò che in qualche modo mi assomiglia e ciò che invece piace agli altri, al pubblico. Vorrei ovviamente che i film e i libri che scrivo piacessero a tutto il mondo, al critico più feroce così come allo spettatore più ingenuo, però non è questo che anima la mia idea di scrittura. Il nodo fondamentale è che ciò che faccio in qualche modo mi assomigli, che ci sia qualcosa di me e di ciò che voglio dire, che si senta in qualche modo la mia voce. Questo mi basta. Non è che non mi importa se non piace, ma è un altro livello, separato rispetto alla sfera personale.

Da cosa ti fai ispirare, come nasce l'idea di una storia?
Nasce molto lentamente, molto lentamente. Io sono una persona che prende molti appunti, da questi appunti so che potrebbe nascere qualcosa, questa cosa pian piano cresce e io la combatto. Combatto l'idea che ho in testa per vedere se resiste nel tempo o se invece muore, per capire se si tratta di un'idea forte o se invece è destinata ad essere dimenticata. La storia che ho in mente la faccio aspettare, la respingo finché non raggiunge il 'punto del non ritorno', quando non è più possibile tornare indietro. L'idea nasce da qualcosa di più grande che è il rapporto mio con il mondo, è un rapporto in continua evoluzione, che si arricchisce ogni giorno di personaggi, di sensazioni. Prima avevo un'idea e la scrivevo, poi ho cominciato a essere molto più frammentario, e ora le mie storie nascono da questa frammentarietà che condivido totalmente perché mi assomiglia.

Dovendo dare un consiglio a un aspirante sceneggiatore, a un giovane che desidera scrivere, cosa gli diresti?
Nei corsi che tengo sia di scrittura sia di sceneggiatura ho sempre incontrato due generi di persone: c'è chi scrive per passione e per amore e chi invece vuole scrivere perché attraverso la scrittura vuole affermare qualcosa. Questi due casi sono facilmente distinguibili perché la testardaggine, la concentrazione e la volontà di chi ama e desidera scrivere più di ogni altra cosa non hanno nulla a che vedere con le qualità di coloro che invece vogliono scrivere solo per entrare a far parte di un mondo, di una realtà che piace. E' difficile che un ragazzo sia in grado di capire e di ammettere con se stesso una verità del genere, se la scrittura è solo un mezzo per fare la vita che desidera, che lo affascina o se invece è una passione autentica. Però è il primo fondamentale consiglio che mi sento di dare a chiunque: fare questa distinzione. Inoltre sento che nella generazione di oggi ci sia un elemento troppo pragmatico, tutto è fatto in funzione del proprio lavoro, del raggiungimento dei propri obiettivi. Per scrivere bisogna innanzitutto vivere, bisogna conoscere gente, bisogna fare esperienze, sentire emozioni, confrontarsi col mondo, arricchirsi come persone. Bisogna leggere, andare al cinema, alle mostre, essere curiosi degli altri, bisogna osservare il mondo e disposti ad imparare da esso. Questo apprendistato generico è fondamentale per chi voglia scrivere. Solo in questo modo si arriva ad avere un mondo da raccontare, un mondo che si impone a un certo punto se ha una sua forza. La tecnica si apprende, basta frequentare una scuola, il Centro Sperimentale, corsi all'università. Infine lo sceneggiatore deve essere un animale sociale, disposto a condividere la propria vita, le proprie idee con gli altri. Creare storie in fin dei conti altro non è se non un salto verso l'intimità, stringendo legami forti con le persone con cui lavori ogni giorno, con cui ti confronti, con cui ti metti in discussione. Ecco, fermo restando tutto ciò, credo che non rimanga altro che testardamente, caparbiamente e malgrado tutto provare a scrivere.

a cura di Gaia Marotta

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