Imparare ad aprire gli occhi sulla realtà
Intervista a Stas’ Gawronski
Talento, vocazione, ispirazione sono gli ingredienti indispensabili per essere uno scrittore, ma allo stesso tempo appartengono al vecchio mito dell’artista solitario che scrive guidato dalla sua Musa. Spesso, infatti, si pensa alla scrittura come a un percorso tutto personale e, in quanto tale, assolutamente unico. Un viaggio esclusivo nel quale i fogli bianchi si colorano delle proprie emozioni, sentimenti che riaffiorano dalle stanze della memoria e riprendono vita tra le righe di una storia immaginata in solitudine. In realtà, sebbene la predisposizione per la scrittura sia un’attitudine personale, da sola non basta per diventare scrittori. Serve studio, applicazione, esercizio.
Così, sono sempre di più quelli che decidono di frequentare uno dei tanti corsi di scrittura creativa che ormai da qualche anno anche in Italia vengono organizzati da scuole private, o case editrici. Si tratta di una tendenza ispirata al mondo anglosassone, dove da tempo si tengono veri e propri corsi universitari di creative writing.
Ma queste scuole – in alcuni casi anche piuttosto costose – servono? Davvero forniscono gli strumenti necessari per diventare scrittori? Come si valuta la qualità di un corso? Insomma, il talento della scrittura, quell’inclinazione naturale a far vivere le parole sulla pagina, può essere ingabbiato in un insieme di tecniche e trasmesso attraverso l’insegnamento?
Per cercare di capire qualcosa in più del fenomeno, abbiamo cominciato con il girare questi interrogativi a Stas’ Gawronski, editor, autore televisivo, conduttore del programma Cult Book di Rai Tre e docente di scrittura creativa.
Cosa si intende per scrittura creativa?
È un’espressione mutuata dal mondo anglosassone dove la disciplina dell’arte dello scrivere testi di narrativa insegnata nelle scuole e nelle università è chiamata appunto creative writing. È una brutta espressione, la cui principale utilità sta nel distinguere la scrittura di testi destinati a suscitare nel lettore un’esperienza unica e irripetibile dalla “scrittura funzionale” che caratterizza testi “oggettivi”, il cui obiettivo fondamentale è quello di offrire una conoscenza concreta della realtà.
Tu insegni in un laboratorio di scrittura creativa. Che differenza c’è rispetto a un master/corso anche di tipo universitario?
La differenza è grande. In un laboratorio si privilegia l’esperienza della scrittura rispetto alla teoria. Il laboratorio è un luogo in cui si pratica concretamente la scrittura e l’apprendimento passa attraverso un confronto serrato con l’editor che anima il laboratorio e i lettori/scriventi che ne fanno parte. Un corso, o master è, invece, per definizione, “professionalizzante”; pensato per offrire delle competenze quantificabili in nozioni, tecniche, metodologie, ecc. attraverso un approccio che è certamente molto utile per l’apprendimento della scrittura “funzionale”, ma non per quello della scrittura di storie, che invece richiede il lento sviluppo di una sensibilità.
A cosa servono realmente le scuole/laboratori di scrittura creativa?
Non tutte le scuole e i laboratori sono uguali. Io credo che un buon laboratorio debba servire innanzitutto per far vivere l’esperienza della scrittura con tutte le conseguenze culturali, umane e spirituali che ne derivano. È un’esperienza così ricca che il risultato di scrivere delle buone storie è solo una delle conseguenze possibili e augurabili. Dico questo perché la scrittura di una storia nasce sempre da una visione della realtà e, quindi, il primo passo che un aspirante scrittore deve compiere è senz’altro quello di imparare ad aprire veramente gli occhi sulla realtà che lo circonda. E questo esercizio può avere dei risultati imprevedibili che, comunque, contribuiscono allo sviluppo della personalità del partecipante al laboratorio e della sua capacità di gustare la vita e così di coglierne tutti i significati.
Ci sono requisiti particolari per partecipare ad un laboratorio, o a un corso?
Per quanto riguarda il Laboratorio di scrittura di BombaCarta, di cui sono animatore, l’unico requisito richiesto è la disponibilità a condividere i propri testi con gli altri partecipanti al laboratorio. La differenza di età, sensibilità, esperienze, aspirazione è una ricchezza per il laboratorio.
Come si svolgono le lezioni?
Su un doppio binario: quello della lettura nel profondo di testi letterari e quello della pratica della scrittura, attraverso esercizi ad hoc e il confronto sui testi scritti tra i partecipanti al laboratorio. Ma per capire meglio cosa accade, di solito invito chi è interessato a partecipare liberamente a un incontro del laboratorio, per farsi un’idea e provarne il gusto.
L’arte si può risolvere in una tecnica?
Assolutamente no. Gli scrittori, soprattutto negli Stati Uniti, che si sono fermati alle “tecniche” di scrittura apprese all’università sono quelli che non hanno sviluppato una propria voce, che hanno coltivato solo un modo per “controllare” la parola e il testo, ma che non hanno trovato se stessi. E i loro testi ne risentono.
La creatività può essere insegnata?
La creatività è un attributo fondamentale dell’uomo. Va coltivata il più possibile. Peccato che la cultura del ‘900 abbia privilegiato i concetti, il pensiero, le idee. E che nella scuola italiana si scrivono temi (ovvero si chiede agli alunni di maneggiare concetti, conoscenze e opinioni) e non storie (ovvero non si chiede agli alunni di attivare la propria creatività).
Viste le difficoltà che un autore esordiente incontra per emergere nel mondo dell’editoria, le scuole di scrittura creativa possono essere considerate come un’opportunità per farsi conoscere?
Mi auguro di no. Anche perché una buona scuola di scrittura dovrebbe insegnare che l’obiettivo non deve essere mai quello di farsi conoscere, se non in ultimissima istanza, ma innanzitutto quello di scrivere una buona storia. Gli autori esordienti che si prefiggono di entrare nell’olimpo degli scrittori (ormai terribilmente decaduto) sono quelli che modulano la propria scrittura sulle mode letterarie, sui temi in voga, sulle esigenze di marketing delle case editrici. E su queste basi non scrivono mai buoni libri, ma possono diventare celebri ugualmente. Ma cosa c’entra questo con l’arte di scrivere?
Alessandra Clementini
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