È il momento degli esordienti
Intervista ad Antonio Franchini
I suoi sì sono i più ambiti, visto che aprono le porte delle collane di narrativa del più grande editore italiano. Questo ne fa un uomo assediato dai tanti - troppi! - che sognano un suo assenso e lo sommergono di proposte. L’esperienza, però, ha insegnato ad Antonio Franchini che non a tutti è possibile dare una risposta e che sopportare l’indignazione di chi si sente trascurato è uno degli oneri di un lavoro appassionante e complicato come il suo. È diventato editor della narrativa italiana di Mondadori passando dalla gavetta in una delle più stimate “cucine” editoriali sul mercato: quella del Reader’s Digest. I poco informati storceranno il naso. In realtà, negli anni ’80 il Reader’s era una scuola molto stimata perché, trattando i libri come prodotti di largo consumo, imponeva ai suoi redattori una cura e una capacità di adattamento dei testi ai gusti del pubblico fuori del comune. Dopo quattro anni, è entrato in Mondadori, cominciando a lavorare con Ferruccio Parazzoli, allora editor responsabile degli Oscar. Un’altra formidabile palestra. Da lì il salto verso la responsabilità della narrativa italiana. Nel frattempo, ha scritto vari libri, che spaziano tra giornalismo, saggistica e narrativa e dimostrano una curiosità eclettica.
In cosa consiste il tuo lavoro?
Semplificando molto, si può dire che mi occupo della scelta dei testi e della stesura del programma editoriale. In realtà, questo significa anche coordinare il lavoro dei lettori e della redazione e collaborare con gli autori, mantenendo con loro un rapporto costante. Sia con gli scrittori storici della casa editrice sia con i nuovi.
Qual è la periodicità della vostra programmazione?
Di solito, due anni.
Quante persone ci lavorano, oltre a te?
Le grandi redazioni che esistevano una volta non ci sono più. Basti pensare che quando io sono entrato alla Mondadori nella redazione della narrativa italiana c’erano un editor, un editor-assistant, una segretaria, un caporedattore e tre redattori. Adesso la narrativa italiana ha un editor responsabile, una persona che lavora con me in funzione di assistente editor e caporedattore e mezza segretaria, visto che la condividiamo con i Classici. Ovviamente, poi ci sono un certo numero di persone che lavorano dall'esterno come redattori e consulenti.
Come valutate un libro?
Non abbiamo un parametro, né canoni fissi che possano essere esplicitati. I criteri sono mobili e variano a seconda delle circostanze, ma soprattutto a seconda del periodo storico. Faccio questo lavoro dal 1991 e da allora a oggi sono cambiate molte cose nel modo di considerare i testi di narrativa. In linea di massima, il nostro obiettivo è cercare di precorrere i fenomeni, anticipando quelle che poi diventeranno delle tendenze del mercato. Insomma, se in un certo periodo il pubblico chiede un determinato tipo di storie, o di genere, noi dobbiamo essere riusciti a pubblicare quella tipologia di libri in anticipo, piuttosto che affannarci a inseguire il gusto dei lettori con dei sottoprodotti.
Come si riesce a mettere da parte i propri gusti personali per cercare di interpretare le esigenze e gli umori dei lettori?
Con l’esperienza. Dopo un po’ che si fa questo lavoro, si impara a mettere tra parentesi le proprie preferenze. Bisogna acquisire una mentalità prensile e prendere atto che molte delle proprie certezze giovanili debbono essere riconsiderate con maggiore elasticità. A vent'anni presumevo di avere un'idea molto più chiara di cosa fosse la letteratura. Adesso, il concetto mi appare sicuramente più complesso e sfumato. La stessa idea di qualità letteraria è relativa. Per esempio, cambia a seconda dei generi. Oppure, ci sono libri apparentemente mal scritti secondo i criteri considerati classici, che però posseggono una potente carica innovativa. Per questo è difficile dare delle definizioni in termini generali. Per di più, le scelte in campo editoriale sono quasi sempre frutto delle interazione di più persone e della collaborazione di diversi saperi. Si tratta quindi di un lavoro di impronta fortemente pragmatica, che si misura di volta in volta con una molteplicità di fattori, che riguardano le qualità intrinseche dell’opera, ma anche il contesto di mercato al quale la stessa opera è destinata.
Oltre a scegliere i testi voi collaborate anche con gli autori per migliorarli?
In teoria sì, anche se il nostro intervento da questo punto di vista non va sopravvalutato. Non si deve pensare, insomma, che l’editore possa prendersi la briga di far riscrivere un’opera scadente solo perché, magari, dentro c’è una buona idea, che l’autore non ha saputo trattare. Insomma, l’editore può valutare e consigliare, ma non è un demiurgo.
Cosa succede ai dattiloscritti che vi arrivano in redazione? Riuscite a leggerli tutti?
No. Non ce n’è materialmente il tempo. D’altra parte, il mio compito è redigere un programma editoriale plausibile, in cui ci sia un equilibrio tra libri di successo commerciale e opere di qualità. Non rientra invece tra i miei compiti rispondere a tutti quelli che mi spediscono un testo. Non è per scortesia. È che sono troppi.
Come fate allora a selezionare i nuovi autori?
Ci sono molti canali attraverso i quali ci arrivano delle segnalazioni. Gli agenti, gli amici, i consulenti. La maggior parte delle persone che conosco sono scrittori, giornalisti, o comunque persone che hanno a che fare con il mondo della letteratura. Ovviamente, di tanto in tanto, mi capita anche di cercare nella pila dei dattiloscritti che arrivano alla casa editrice, ma questo non mi permette certo di assicurare una risposta a chiunque scriva.
Meglio cercare qualcuno che vi segnali l’opera, allora?
In realtà, anche questo non è un percorso garantito. Ricevo decine di segnalazioni, ma anche in questo caso non riesco a tener conto di tutte. Lo ripeto, non è per cattiva volontà, o per indifferenza, ma per una questione d’ordine pratico: c’è un limite fisico dei testi che una struttura come la nostra può vagliare. Oltre quel limite non è possibile, né necessario spingersi. Il fatto che una persona faccia raccomandare il proprio testo, insomma, non vuol dire che quel testo venga necessariamente tolto dalla pila dei dattiloscritti.
E rivolgersi a un agenzia letteraria?
Nei paesi anglosassoni nessuno si sogna di spedire direttamente la propria opera a un editore. Per arrivare alla pubblicazione tutti passano attraverso la mediazione degli agenti. Anche in Italia, oggi ci sono agenzie che offrono servizi di lettura di inediti. Di solito, a pagamento. Questo consente all’autore di sottoporre il proprio lavoro al giudizio di un tecnico. Se poi, a seguito di una lettura approfondita, l’agente ritiene il libro valido, è lui stesso a proporlo a un editore. Mi sembra un meccanismo equo, per far incontrare la domanda con l’offerta.
E puntare all’inizio sui piccoli editori?
È più facile che i piccoli editori riescano a leggere i testi che gli vengono proposti, anche se ormai anche loro sono sommersi di dattiloscritti. Quanto alle scelte, però, bisogna essere consapevoli che le piccole e medie case editrici sono alla ricerca di quello che cercano anche le grandi: libri da vendere, possibilmente best-seller. Insomma, non bisogna illudersi troppo sulla vocazione pionieristica, o addirittura filantropica, dei piccoli editori.
Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Preferisco non darne. Non esiste un decalogo. Basta il buon senso. Una cosa però è certa: questo è un momento buono per avere una prima occasione. Il mondo dei media e il mercato sono ben disposti verso gli esordienti, mentre la vita è molto più difficile per gli autori già affermati. A questi ultimi difficilmente si perdona anche la minima incertezza, mentre c’è maggiore curiosità e indulgenza verso chi è al primo libro.
a cura di Giovanni Battista Tomassini
(con la collaborazione di Alessandra Clementini)
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