Elogio del fondista
Intervista a Marcello Fois
La passione per la letteratura ce l’ha da quando era
giovanissimo. Lettore precoce, Marcello Fois ha provato a scrivere le prime
cose che era ancora un ragazzino. Tanto che nel suo primo libro, Picta,
sono finiti brani scritti quando aveva più o meno tredici anni. Si descrive
come un pigro inguaribile, che s’è sempre dato molto da fare per vergogna della
sua pigrizia. Nonostante abbia scritto ventitre libri, sceneggiature per cinema
e tv, testi teatrali, favole per bambini e addirittura un libretto d’opera,
trova anche il tempo di promuovere iniziative per la diffusione della lettura e
i giovani scrittori.
Come sei passato dai tentativi iniziali di scrittura al primo
libro vero e proprio?
Ho cominciato scrivendo racconti. Non una raccolta organica,
però. Piuttosto, una serie di prove. Poi, ho capito che stavo andando in una certa
direzione e di libri ne ho scritti due insieme. Molto diversi tra loro. Uno, Picta,
era un libro apparentemente dedicato alla pittura (che è un’altra delle mie passioni),
ma in realtà era innanzitutto una riflessione sulla scrittura come strumento
espressivo. L’altro invece, Ferro
recente, era ispirato dalla mia passione di lettore e dal desiderio di
costruire una trama sorprendente, capace di catturare l’attenzione e farsi
leggere d’un fiato.
A che età li hai scritti?
Ero molto giovane. Picta ho iniziato a scriverlo con una certa consapevolezza quando avevo circa
vent’anni. Poi ci è voluto molto tempo per finirlo e per rendermi pienamente
conto di come volevo che fosse. Ferro
recente, invece, l’ho cominciato più tardi, ma l’ho finito praticamente
insieme all’altro.
Come sei riuscito a pubblicarli?
Il merito è di mia moglie. Lei era molto più convinta di me
di quello che facevo. All’epoca, mi ero laureato e lavoravo per l’Istituto dei
Beni Culturali, bazzicavo in ambito accademico e tentavo di barcamenarmi
collaborando con gli istituti di italianistica. Mia moglie insisteva perché
fossi più pratico. Scrivevo, ma non mi davo molto pensiero di pubblicare.
Allora lei spedì Picta al Premio Calvino, facendo le
fotocopie del dattiloscritto in ufficio. Cedendo alle sue insistenze, proposi
invece Ferro
recente a una piccola casa editrice, che aveva la sede a trecento metri
da casa mia. Lo portai a mano, lasciandolo nella buca della posta. La casa
editrice si chiamava Metrolibri, ed
era stata acquistata dalla Granata Press di Luigi Bernardi.
Quanto tempo c’è voluto per avere una risposta?
Tutto questo
succedeva a gennaio. Intorno a marzo, ricevetti nell’ordine tre telefonate. La
prima era di una signorina molto gentile, dallo spiccato accento torinese. Mi
disse che ero entrato tra i finalisti del Premio Calvino. La seconda era di Luigi Bernardi. Dopo avermi fatto
una gran lavata di testa perché aver abbandonato il dattiloscritto nella buca
delle lettere, con il rischio che andasse perduto, mi disse che lo aveva letto
e voleva pubblicarlo. La terza telefonata era di mia moglie. Mi comunicava che
aspettavamo un bambino.
Dopo qualche tempo Ferro
recente era pronto, però Bernardi mi disse “Tu comunque partecipa al Premio
Calvino, che è un premio per esordienti. Non ci conviene uscire prima che
tu abbia vinto” e lo disse con una fiducia che io non avevo. I finalisti del
Calvino sono dieci. Pensavo di non avere alcuna possibilità. La presi male.
Pensavo fosse una scusa: che si fosse pentito e la stesse tirando per le lunghe
per poi scaricarmi. Invece vinsi. Bernardi aveva ragione. Adesso posso dire che quello con lui è stato un incontro davvero
importante per la mia vita. Due mesi dopo uscì il secondo romanzo.
Come sono andati questi due primi libri?
Bene, tant’è che poi li ristamparono. Ferro
recente uscì in un catalogo straordinario. Nello stesso periodo vennero
pubblicati Pino
Cacucci, con San Isidro futból, Carlo Lucarelli con Falange
armata, poi uscì Paco
Ignacio Taibo II con Qualche
nuvola, e Pericle
il nero di Ferrandino (che all’epoca si firmava Nicola Calata). Sono stato un autore molto fortunato,
perché non ho mai dovuto pagare per pubblicare e soprattutto perché credo di essere
riuscito a guadagnarmi la fiducia dei lettori con il tempo. Si è creato così un
pubblico stabile che negli anni è costantemente cresciuto.
Dopo cos’è successo?
Sempre con Luigi Bernardi pubblicai Meglio
morti. Poi la mia carriera ha preso una piega curiosa. Sono partito da
Nuoro, ho pubblicato le mie prime cose in continente e un giorno, tornato nella
mia città, ho incontrato un gruppo di ragazzi che avevano da poco fondato una
casa editrice. Era Il Maestrale.
Mi dissero che volevano pubblicare una serie di romanzi e mi diedero carta
bianca per realizzarla. Io non avevo niente di pronto e scrissi per loro una
raccolta di racconti, intitolata Nulla.
Erano storie di suicidi di adolescenti, ispirate da fatti realmente accaduti.
Per me fu un libro fondamentale. In Sardegna ebbe un immediato successo e vinse
il Premio
Dessì.
Sull’onda
dell’entusiasmo, feci il progetto di una serie di quattro romanzi con protagonista
Bustianu, cioè Sebastiano Satta. Erano una specie di gialli che però avevano
molto a che fare con le questioni identitarie della Sardegna, della lingua ecc.
Era il 1996 e in Sardegna non si parlava ancora molto di queste tematiche. Il primo
fu Sempre
caro. In una settimana vendette cinquemila copie.
Il libro piacque a Carla Tanzi, che lo lesse durante una
vacanza in Sardegna e decise di acquisirne i diritti. La Tanzi era stata
direttrice editoriale di Bompiani ed era diventata
la direttrice editoriale di Frassinelli e Sperling & Kupfer.
Nello stesso periodo anche Sergio
Pent era in vacanza in Sardegna e lesse il libro. Gli piacque e gli dedicò
un’intera pagina su Tuttolibri.
Questo mise Einaudi in concorrenza con Frassinelli. Le due
case editrici, però, erano appena entrate a far parte dello stesso gruppo
editoriale e allora si decise che una parte dei miei libri sarebbe andata a una
e una parte all’altra. Oggi è ancora così.
Tu hai scritto e pubblicato molto. Quant’è importante darsi da
fare per farsi conoscere?
Serve a patto che non si reputi niente secondario. Serve se
consideri anche il racconto per la raccolta più periferica, pubblicata dalla
casa editrice più sconosciuta, come la cosa più importante che hai prodotto.
Pensi che un percorso come il tuo sia ancora possibile, oppure
oggi l’industria editoriale è cambiata tanto da richiedere un altro approccio?
Credo che ci sia comunque spazio per questo tipo di
percorso. Altre vie sono sempre esiste, ma non mi interessano e non le
consiglierei. Tutto dipende dal progetto che lo scrittore fa su se stesso. Cioè
dall’idea che ha di sé. Io ho un idea presuntuosa di questo mestiere. L’idea
che chi scrive debba avere quantomeno l’ambizione di cambiare il mondo.
Possibilmente avendo l’umiltà di ascoltarlo. Quando scrivo non mi pongo il
problema di come andranno le cose. Cerco di dialogare con l’idea di un lettore
di riferimento, senza però obbedirgli. Il problema non è vendere molto uno o
due libri. La gara da fare è quella per restare a dispetto di tutto. Bisogna,
insomma, provare a costruire qualcosa che mantenga nel tempo la sua capacità di
comunicare ed emozionare.
Se dovessi dare un suggerimento ai molti che sognano e
studiano per diventare scrittori cosa diresti?
Faticare,
sudare e puzzare… Non c’è altro modo. È vero che siamo circondati da modelli in
cui pare vero il contrario, però posso assicurare che non conosco nessuno che
abbia lasciato un segno senza sfacchinare. Gli altri possono dirsi “scriventi”.
Possono dichiarare di essere primi in classifica nel tal mese, del tal anno. E
poi?
La prima cosa è capire bene il proprio progetto e poi agire
di conseguenza. Ci sono sostanzialmente due modelli di scrittore: i velocisti e
i fondisti. I velocisti sono quelli che bruciano e vanno. Personalmente mi
sento un fondista. Sui cento metri sono stato superato da una caterva di
scrittori, ma oggi sono ancora qua. Di molti scattisti, invece, si sono perse
le tracce.
Tu scrivi molto e fai anche un sacco di altre cose: insegni,
organizzi festival, partecipi a incontri. Come fai a conciliare tutte queste
attività con la scrittura?
Faccio cose tra loro collegate e, soprattutto, ragiono in
termini di scrittura. Vale a dire che scrivo anche quando non sto fisicamente
seduto al computer. Mentre faccio altre cose, un parte del mio cervello lavora
al prossimo libro. Quando questo processo arriva a maturazione, mi siedo al
tavolo e scrivo. Lucarelli dice che uso il metodo champenois. Cioè che sono uno che ribolle e poi a
un certo punto è pronto e basta stappare. Cinque casi su stette è buona la
prima. Vale a dire che in sede di editing faccio pochissime modifiche. Di
solito elaboro contemporaneamente più cose. Questo può dare l’impressione che
io sia velocissimo a scrivere, ma non è così. Memoria
del vuoto ce l’avevo in testa forse da dieci anni. Stavo solo
aspettando il momento in cui fosse pronto.
Secondo te ci sono ancora editori che hanno il coraggio di
fare quello che ha fatto Bernardi con te?
Sono i piccoli editori che fanno questo mestiere. Non si può
pretendere che lo facciano i grandi. Non spetta ai grandi meccanismi economici
svolgere il ruolo dei pionieri. Sono le piccole case editrici che fanno la
cerca e poi le grandi si beccano quelli che resistono. È come un mare in
tempesta. La piccola casa editrice è una barchetta, che non regge il mare. La
grande è un transatlantico. E il transatlantico ripesca quei pochi che sono
riusciti a tenersi a galla.
a cura di Giovanni Battista Tomassini
(con la collaborazione di Alessandra Clementini)
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