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Non basta il talento, bisogna anche avere qualche chiave d’ingresso
Intervista a Roberto Faenza

Wenders diceva “vuoi lavorare nel cinema? Allora cercati un buon avvocato e delle pistole fumanti” perché il cinema oggi è questo. Non basta il talento oggi, per quanto certo sia importante. C’è tanta creatività e tanti che vogliono fare cinema, ma è necessario avere altri elementi, amici, protezioni, chiavi d’ingresso. Personalmente credo di aver deciso di fare questo lavoro quando ero al liceo. Il Centro Sperimentale quando l’ho frequentato io era caotico e non mi ha insegnato nulla. Lavorare nel cinema è di per sé un’attività precaria e inaffidabile, per questo insegno anche all’università.

Quando ha scoperto la sua passione per il cinema e quando ha deciso di fare il regista?

Credo quando ero al liceo. Io facevo il liceo classico, avevo circa diciotto anni, mi sembra ci fosse un giornalino della nostra classe dove si scriveva di varie cose e mi ricordo che era uscito un film, L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, che aveva diviso la nostra classe. C’era chi lo riteneva un film molto importante, un momento di svolta nella cinematografia tradizionale avuta sino a quel momento e chi invece lo avversava come un film incomprensibile e astratto. Io appartenevo a quest’ultima schiera, poi dopo un po’ di tempo mi sono reso conto che era ridicola questa mia posizione, che si trattava di un film molto importante, bello o brutto che fosse, comunque un film che esercitava una rottura nei confronti dell’impianto tradizionale e così mi sono reso conto che non capivo nulla di cinema e che mi sarebbe piaciuto approfondire questi studi. Scoprii che a Roma c’era una scuola di cinema, il Centro sperimentale, e siccome io desideravo andare via da Torino, feci domanda e venni preso per seguire il corso di regia.

Quali sono i film che ha amato di più e che l’hanno ispirata?

Secondo me non c’è uno o due film che ti possono ispirare, io sono convinto che ogni film che esce può comunicarti qualcosa, non ho un regista o un film in particolare, forse un regista che amo più degli altri e che infatti ha dato il nome alla nostra compagnia è Jean Vigo e non tanto per film tipo Atalante quanto piuttosto per i suoi documentari. Mi riconosco in questo autore per il suo spirito anticonformista e anarcoide, mi piace questo tipo di cinema non omologabile, mentre mi accorgo che gli autori che oggi vengono solitamente seguiti di più sono quelli più definiti, caratterizzati da un percorso netto. Io penso di fare un cinema non etichettabile, che sconcerta la critica, vado un po’ a zig zag.

A questo proposito infatti mi sembra che il suo cammino cinematografico sia stato caratterizzato inizialmente da film di forte contestazione e di denuncia e in una seconda fase da lavori tratti da opere letterarie.

Non sono molto d’accordo. Diciamo che il mio lavoro è stato segnato da un film che è stato Forza Italia, un film molto duro, molto aspro nei confronti del potere politico democristiano in quegli anni, mi ha creato tanti e tali problemi e censure, è stato anche tolto dalla circolazione. Era un film su alcuni personaggi politici, tra i quali anche Moro, raccontati attraverso immagini di repertorio, documentari, cinegiornali, materiale riciclato, era un film contro quel modo di fare politica. Quando Moro venne sequestrato il film sparì d’un tratto, fu tolto dalla circolazione. Ma la cosa sconcertante fu un fatto: poco prima di essere rapito Moro aveva chiesto al direttore di Repubblica di cambiare il tamburino del film che ne parlava molto bene, era molto favorevole, dimostrando un certo dissenso comprensibile rispetto a un lavoro che denunciava la sua classe politica. Quando poi due anni dopo la sua morte è stato trovato il memoriale a Milano scritto di suo pugno, quindi non discutibile come invece sono le lettere, nelle ultime righe di questo documento c’era scritto ‘se volete rendervi conto della spregiudicatezza dei miei colleghi di partito basta vedere Forza Italia’, pensa quest’uomo che dapprima si era preoccupato di smentire ciò che il film raccontava, anche perché stava avendo un grande successo di pubblico, e poi, poco prima di morire, gli viene in mente di citarlo. E il film poi non è comunque mai più uscito.

La censura sul film ‘Forza Italia’ nel 1978 ha rappresentato un momento di crisi, un rallentamento nella sua carriera?

Forza Italia ha segnato profondamente il mio lavoro perché io non ho più lavorato in Italia…il film ha attirato su di noi la ferocia di tutti i partiti anche quelli di sinistra, che all’inizio lo hanno caldeggiato, poi quando si sono resi conto che andava contro i partner politici con i quali stava nascendo il compromesso storico, non ha trovato più nessuna protezione, inoltre in quegli anni moltissimi film venivano realizzati con i finanziamenti della televisione e poiché la televisione era invece la più ostile a quel film perché ci lavoravano tutti quei personaggi che venivano criticati e accusati dal film, io ho cominciato a non fare più cinema italiano perché non ho più trovato i soldi per farlo….gli altri film in questi ultimi 25 anni sono stati realizzati grazie al concorso di capitali stranieri, e sono per lo più ispirati a romanzi ma a questo proposito torno alla tua domanda di prima, si parla tanto di film tratti da romanzi, il discorso tra cinema e letteratura, ma per me è un discorso privo di senso, innanzitutto perché il cinema e la letteratura sono due linguaggi del tutto diversi e soprattutto sono fatti da autori diversi, non hanno quindi nulla in comune e poi un regista si rivolge a un libro come fosse un soggetto, per prendere l’idea della storia, senza avere un rapporto con la letteratura in senso stretto, che a me non interessa, gli scrittori sono i veri compagni di un regista per avere degli spunti, delle idee. In altri casi invece avviene il contrario, ci sono romanzi che sono vere e proprie sceneggiature, già scritte per il cinema, con un linguaggio molto asciutto, dialoghi serrati, azioni, penso che ci sia stata questa specie di osmosi tra cinema e letteratura che fino a una ventina di anni fa non c’era, il cinema era più subordinato alla letteratura, oggi spesso sono gli scrittori che si fanno ispirare dal cinema e che scrivono come se le loro storie fossero film.

Ha sempre creduto fortemente nelle sue capacità o Le è capitato di avere dei ripensamenti, dei dubbi, delle incertezze nel suo cammino e il timore di non farcela?

Personalmente non faccio solo questo lavoro, insegno da tanti anni, prima insegnavo in America e adesso a Pisa, a Scienze della comunicazione. Fare cinema penso sia un lavoro estremamente precario e dipendente per cui ho voluto crearmi un’alternativa professionale parallela e più sicura, che mi dia un margine di libertà tale che se un domani non dovessi più riuscire a fare il regista comunque avrei qualcosa da fare credo che per fare questo mestiere soltanto ci sia bisogno di molto coraggio, è tutto così precario che per dedicarsi al cinema al cento per cento si deve essere molto coraggiosi, cosa che non penso personalmente di essere.

Quali sono le fatiche, le rinunce?
Sono stato sempre molto fortunato, ho fatto sempre i film che desideravo fare sebbene non avessero una grande regolarità alle spalle, piuttosto il problema è che quando giri un film devi rinunciare a vivere, la voracità del cinema è incredibile, non ti lascia spazi, non ti lascia tempo, ti porta via due anni della tua vita, non ho amici per esempio, soprattutto perché faccio film all’estero, io ho amici per la durata dei film, persone che frequento per un periodo di tempo e poi non vedo più. Secondo me il cinema non ti permette di costruire rapporti umani duraturi….

E le soddisfazioni?

Il cinema non dà soddisfazioni, comunque se uno fosse veramente coerente dovrebbe trarre soddisfazione dal proprio lavoro se riesce bene, ma è chiaro che nessuno è così rigoroso, per cui se il film non ha successo si sta male, anche se poi ci sono film molto belli che non hanno successo e viceversa, la cosa più appagante è quando un film incontra il riscontro degli spettatori, lettere, telegrammi, persone che vogliono mettersi in contatto con te.

Ha frequentato il Centro sperimentale (oggi SNC). Si tratta di un tipo di formazione che Le è servita, la consiglierebbe o invece secondo lei è meglio compiere altri passi per diventare il regista

A me la scuola non ha insegnato nulla, perché quando ho fatto la scuola c’era il caos, i professori non venivano a lezione, l’unica cosa interessante era che io e altri compagni vedevamo molti film e poi ne discutevamo…. ho imparato da solo, ho fatto due piccoli cortometraggi, scritto delle sceneggiature, tutto è cominciato quando feci un saggio al Centro sperimentale con un attore come Leopoldo Trieste, misi in scena Erostato ispirato a un racconto di Sartre e poi mi ha presentato a un produttore che si chiamava Zaccariello, che aveva prodotto A ciascuno il suo di Petri. Gli piacque il soggetto, aveva dei soldi da investire e mi fece debuttare. Il film andò molto bene e così cominciai. Però devo dire che la mia fortuna è legata a questo attore che ha creduto in me e mi ha sponsorizzato, altrimenti non sarei arrivato da nessuna parte. Riguardo alla tua domanda c’era Wenders che diceva “vuoi lavorare nel cinema? Allora cercati un buon avvocato e delle pistole fumanti” perché il cinema oggi è questo, non credo che oggi il talento sia indispensabile, è importante ma non basta, c’è tanta creatività oggi e tanti che vogliono entrare nel cinema, bisogna avere altri elementi, amici, protezioni, chiavi d’ingresso.

E invece essere italiani e voler lavorare in ambito internazionale come ha fatto Lei?

All’estero la professionalità degli italiani viene riconosciuta e ricercata per certi ambiti. Gli scenografi, costumisti, direttori della fotografia, per esempio in America sono tenuti in grande considerazione.

Infine, La prego di dare il Suo consiglio, il consiglio di Faenza, a chi ha questa passione e desidera seguire la sua strada.

Oggi è molto più difficile riuscire a sfondare, perché ci sono moltissime persone che desiderano fare questo lavoro e pochissime risorse, quindi bisogna essere molto attrezzati, non basta avere un bell’aspetto fisico per fare l’attore, lavorare duramente, per esempio fare l’Accademia, studiare molto, mentre buttarsi nell’arena senza avere gli strumenti diventa pericoloso, c’è troppo spirito d’avventura in questo campo, di gente che pensa che sia facile, basta avere un’idea, senza la pazienza e la preparazione seria necessaria. Ci vuole tempo e bisogna partire da basi serie, anche direttamente dal set ma in maniera seria, lavorando molto con professionisti che siano in grado di insegnarti qualcosa, meglio aspettare facendoti forte che andare allo sbaraglio senza strumenti e rischiando di trovarti al palo.

A cura di Gaia Marotta

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