Ci vuole una buona scuola, molta cultura e ovviamente una sana gavetta
Intervista ad Andrea Crisanti
E' un lavoro precario, di liberi professionisti, a volte c'è a volte manca. Ma è anche il mestiere più bello del mondo, ti permette di creare, disegnare, cambiare epoca, viaggiare, conoscere gente, pensare situazioni diverse, essere curioso, è un mestiere straordinario.
Come ha cominciato e quando ha deciso di fare questo lavoro?
Mio padre voleva che facessi l'architetto, cosa che non ho mai fatto perché mi piaceva il cinema. Vedevo tre film al giorno. Ho cominciato come pittore, ho fatto delle mostre mentre studiavo. Io abitavo a dieci metri dagli stabilimenti cinematografici, la Titanus Appia, la vecchia Scalera, per cui vedevo questo mondo straordinario uscire dai cancelli, gente in costume che andava a prendere il caffè, un mondo curioso. Un bel giorno sono entrato, piano piano, timidamente, ho conosciuto delle persone e ho cominciato dalla gavetta. Non ho fatto scuole di cinema, ho frequentato l'Accademia, come tutti quelli della mia generazione. Quando c'era lavoro se una persona era valida, trovava un posto. Chi aveva voglia e voleva imparare, chi aveva le qualità, continuava, coglieva le occasioni, gli altri lasciavano. Si cresceva con i maestri, coi registi e con chi il mestiere già lo conosceva. Io sono stato assistente di Mario Chiari, Gianni Polidori, Mario Garbuglia, un tirocinio straordinario.
E oggi?
Già di maestri ce ne sono molti pochi oggi, molti sono morti. Per quanto mi riguarda non mi considero certo un maestro. Ma soprattutto non ci sono i registi. Chi è che crea uno scenografo? il regista.
Spieghiamo a chi non è del mestiere in cosa consiste esattamente il lavoro dello scenografo
Si parte sempre da un soggetto e poi da una sceneggiatura, che viene ‘vivisezionata' scena per scena. Ci si incontra, si discute, ci si confronta. Per esempio il film di Ozpetek, La finestra di fronte: pensavano a due palazzi di un quartiere popolare, Monteverde nuovo, dove ci fossero due finestre che si guardavano, una di fronte all'altra. Hanno sguinzagliato il location mananger perché trovasse due case che avessero queste caratteristiche. Io ancora non c'ero. Ma non si riusciva a trovare nulla del genere. Quando mi hanno chiamato, ho letto il copione e mi sono reso conto subito che era da pazzi cercare un ambiente come quello che era richiesto nella sceneggiatura, bisognava ricostruirlo a teatro, era anche un risparmio generale. Ma ci si arriva sempre discutendo, riflettendo.
Diversa dunque la figura del location manager e dello scenografo?
La figura del location manager ai miei tempi non esisteva, si tratta di una figura nuova. Però è sempre lo scenografo a decidere, ad avere l'ultima parola. Io mi posso servire di dieci location manager che mi trovano un posto ma poi è lo scenografo a scegliere quello che ritiene il più adatto.
Moltissimi film che ha fatto erano di Francesco Rosi, un lungo sodalizio artistico dunque, quanto è importante il rapporto con il regista?
E' fondamentale il matrimonio culturale e intellettuale con un regista. Si può anche litigare ma non ci si stacca più. Quando ci si conosce così bene, quando si lavora tanto insieme, basta guardarsi per capire cosa pensa l'altra persona. Rosi a me bastava guardarlo per capire cosa voleva dirmi. E alla base c'è un'affinità di sentimenti, una comune sensibilità artistica. Certo non sempre sapevo come Rosi intendeva un ambiente, ma lo scenografo deve anche proporre, girare, trovare posti o inventarli.
Un ricordo di Francesco Rosi
Per me è stato proprio un maestro di vita, un padre, un fratello, un amico. Uno che mi ha bacchettato anche. Ha fissato delle regole che io ho seguito sempre, anche lavorando con altri. Era un piacere ascoltarlo, vederlo lavorare. Io ho lavorato anche con Andrej Tarkovskij, che considero straordinario, ma diverso. Ci sono registi che cambiano idea in continuazione, che ti fanno costruire ambienti inutili. Tarkovskij invece, pur avendo dubbi e indecisioni normali , ti faceva costruire gli ambienti con il mirino. Sapeva esattamente quello che gli serviva e quello di cui aveva bisogno, senza sprechi di soldi e di tempo. Chiaro e preciso nelle costruzioni quanto 'napoletano' nel raccontare una stora, quando girava spesso gli capitava di cambiare idea. Tarkovskij è un istintivo. Rosi al contrario è sempre stato molto più 'russo', l'ossatura dei suoi film è sempre stata molto precisa, schematica quasi.
Torniamo a questo lavoro, quali sono le sue difficoltà?
E' un lavoro precario, di liberi professionisti, a volte c'è a volte manca. Ma è anche il mestiere più bello del mondo, ti permette di creare, disegnare, cambiare epoca, viaggiare, conoscere gente, pensare situazioni diverse, essere curioso, è un mestiere straordinario. Certo quando non c'è il lavoro come oggi perché non si fanno più film in Italia, allora diventa tutto difficile. Quando ero ragazzo alle prime armi, c'era un sacco di lavoro, si facevano moltissimi film, 465 film l'anno, c'erano i grandi maestri del cinema, era tutto diverso.
E le soddisfazioni?
Beh, è un lavoro spietato, come solo i lavori che hanno a che fare con il mondo dello spettacolo possono essere. Ma le soddisfazioni possono essere enormi.
Quali le qualità che bisogna avere per diventare un buon scenografo?
Ci vuole innanzitutto una grande cultura. Chi vuole fare questo lavoro deve conoscere la storia dell'arte, gli stili architettonici, deve sapere di letteratura, deve avere una laurea o un diploma di Belle Arti. Non basta il liceo. Al Centro Sperimentale si possono presentare tutti. Ma i ragazzi che entrano a 18/ 19 anni sono carenti, non sono preparati. Poi bisogna sapere disegnare. Il mezzo espressivo è il disegno, altrimenti come si spiega al regista la propria idea. Certo è capitato che ci siano stati alcuni scenografi che non sapevano disegnare, come Piero Gherardi, scenografo eccezionale, geniale, ma sono state delle eccezioni. Mentre però il disegno può migliorare, la preparazione è insostituibile. A volte mi capita di conoscere dei ragazzi che magari non sanno disegnare perfettamente ma nei quali intuisco delle potenzialità. Poi c'è la curiosità che è fondamentale. Io dico sempre ai miei studenti che devono avere la curiosità quando passano per strada di chiedersi cosa c'è dietro quella porta o dietro quella finestra. Devono sentire dall'odore che in quell'angolo potrebbero trovare qualcosa di straordinario. Curiosi anche di sfogliare dei libri, di conoscere gli artisti. La sensibilità di carpire un'atmosfera.
Quale consiglio dunque darebbe a un giovane che oggi volesse fare lo scenografo?
Ai miei studenti dico sempre di venire da me, di parlarmi. Agli altri di fare una scuola, di essere preparati. Comunque poi non basta la scuola, bisogna fare esperienza. Personalmente se so che c'è uno studente bravo lo prendo nel mio staff o lo segnalo a qualcun altro. Un motivo per me di merito è che tutti i miei allievi migliori usciti dal Centro Sperimentale lavorano, alcuni sono già scenografi e fanno film americani, film grossi. Questa è la cosa che mi rende più orgoglioso.
a cura di Gaia Marotta
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