Il talento sa farsi riconoscere
Intervista a Rosaria Carpinelli
Due anni fa ha sorpreso tutti. Da un giorno all’altro ha mollato una delle poltrone più importanti del sistema editoriale italiano e se ne è andata a dirigere la Fandango Libri, piccola e giovane casa editrice, nata da una costola della casa di produzione cinematografica di Domenico Procacci. Laureata in filosofia della scienza, Rosaria Carpinelli è entrata nell’editoria come semplice redattore, alla Bompiani. Poi è passata alla Frassinelli e alla Sperling & Kupfer, dov’è stata direttore editoriale. Qualche anno dopo è stata chiamata in Rizzoli, prima come direttore editoriale, e poi come responsabile dell’intera divisione libri della RCS Libri A quel punto, si è lasciata tentare dal miraggio romantico di inventare qualcosa di nuovo e di tornare a occuparsi dei suoi libri in prima persona. Chapeau!
Cosa ti ha spinto a lasciare un grande gruppo editoriale per passare a una piccola casa editrice?
Mi piaceva l’idea di tornare ad approfondire il rapporto con gli autori e seguire l’iter completo di produzione dei libri. Inevitabilmente quando si ricopre una responsabilità manageriale in un grande gruppo questi compiti debbono essere delegati ad altri. E poi mi ha convinto il progetto di sviluppare una casa editrice all'interno di un gruppo indipendente, come la Fandango di Domenico Procacci, che fa cinema e musica, oltre ai libri. E ho trovato particolarmente interessante l'idea che tra i soci della casa editrice ci fossero quattro scrittori (Baricco, Lucarelli, Nesi, Veronesi) e una sceneggiatrice (Laura Paolucci).
Oggi in che cosa consiste il tuo lavoro?
Sono tornata a una dimensione in cui mi occupo di tutto: dal lavoro sui testi sino alla preparazione dei materiali che vanno in stampa e allo studio delle copertine con Gianluigi Toccafondo, l’artista a cui si deve l’immagine di Fandango, e Damir Jellici, l’art director. Seguo inoltre l'attività promozionale e commerciale e il coordinamento con l'ufficio stampa. Dedicarmi alla “cucina” editoriale è molto stimolante, mi permette di lavorare a stretto contatto con gli autori, di discutere con loro dei testi, di accompagnare il percorso dei libri da quando entrano in programmazione (o addirittura sono “pensati”) al momento in cui raggiungono la libreria e, finalmente, le mani del lettore.
Nostalgia della “cucina” editoriale?
Ho avuto la fortuna di incontrare lungo la mia strada dei veri e propri maestri che mi hanno insegnato i diversi aspetti del lavoro editoriale. Tra tutti ricordo Tiziano M. Barbieri. Per me è stato decisivo cominciare dal lavoro di redazione. Ma anche lo studio del mercato, in Italia e all’estero, i contatti con gli editori stranieri e con le agenzie letterarie, la valutazione dei progetti, la lettura di pagine in altre lingue che oggi ci arrivano in allegato alla posta elettronica, le trattative per l’acquisizione dei diritti, l’elaborazione del conto economico. Le fasi che accompagnano il processo che trasforma un’idea in un libro sono parecchie, e tutte ugualmente importanti.
Cosa cerchi in un testo, quando ne valuti la possibile pubblicazione?
È difficile dirlo in termini astratti. La ricerca e la selezione di un nuovo testo da pubblicare sono orientate dalla linea della casa editrice e dal proprio gusto personale. Poi ci sono il piacere della lettura, la forza della scrittura, l’originalità della trama, la profondità dei personaggi, quando si tratta di un’opera di narrativa. Un nuovo testo deve anche sedurre chi lo sceglie, e appassionare oltre che convincere per ragioni oggettive. L’obiettivo su cui puntare è comunque la qualità.
Cosa intendi per qualità?
Per me la qualità si definisce in relazione al genere di opera e al segmento di mercato al quale ci si rivolge. Nel caso della saggistica, per esempio, è importante che l’impianto espositivo del testo sia ben concepito, che la ricerca sia documentata e aggiornata, in modo da fornire al lettore informazioni chiare e attendibili. L’acquisto di un libro da parte del lettore è un atto di fiducia e all’editore spetta farsene garante.
Quali sono gli strumenti attraverso i quali un editore riesce ad identificare i bisogni, le esigenze e gli umori del pubblico?
Intanto bisogna distinguere tra editori generalisti e case editrici che lavorano su programmi editoriali più specializzati. Per i primi il discorso è più complesso, mentre per i secondi è più facile mantenersi in contatto diretto con il proprio pubblico. In ogni caso, un primo strumento sono le ricerche di mercato realizzate da società specializzate e attendibili e gli aggiornamenti annuali dell’Associazione Italiana degli Editori. Questi studi aiutano a capire l’evoluzione della figura del lettore nella società, distinguendo le fasce d’età, i generi preferiti, il numero di libri letti nell’anno.
D’altra parte, però, il mestiere dell’editore chiama in causa anche l’istinto, il gusto personale, l’esperienza e la competenza su alcuni specifici settori. E poi ci vuole un po’ di fortuna, per individuare e proporre l’autore giusto al momento giusto. Il mercato dei libri è in costante movimento, con confini anche incerti, non sempre classificabili. L’unica regola, per me, è fare bene il proprio lavoro, curando al meglio e amando allo stesso modo tutti i libri che si pubblicano e rispettando le esigenze dei lettori.
Come avviene la selezione delle nuove proposte?
Ci sono molte fonti che forniscono la materia su cui avviare la ricerca. Nel mio caso, la prima è il nostro comitato editoriale, all’interno del quale c’è uno scambio di idee e di proposte, anche dai soci-scrittori. E poi le segnalazioni arrivano anche dai settori del cinema e della musica.
In ogni modo, i canali attraverso i quali si cercano le nuove proposte sono in larga misura determinati dal progetto editoriale. Ma ci sono anche proposte non sollecitate e spontanee.
Ve ne arrivano molte di queste proposte?
Parecchie e non siamo in grado di esaminarle tutte o, quantomeno, di esaminarle in tempi rapidi. Questo comporta inevitabilmente la possibilità che qualcosa si perda per strada. Anche se penso che gli scrittori che hanno un vero talento prima o poi riescano a trovare il modo per farsi leggere.
Ci sono sempre più agenzie letterarie che offrono servizi di lettura di inediti. Servono a qualcosa per gli esordienti che aspirano a trovare un editore?
Direi di sì. Spesso ci arrivano proposte di esordienti dalle agenzie letterarie e sono proposte serie e motivate. Gli agenti conoscono bene il mercato editoriale e sanno a quale editore rivolgersi in base al tipo di opera.
Serve ancora pubblicare sulle riviste letterarie per farsi conoscere? Oppure oggi è meglio puntare su internet?
Le riviste hanno ancora una funzione importante, anche se elitaria. Sicuramente internet ha permesso lo sviluppo di spazi dove si può pubblicare un proprio scritto in modo molto più facile e diretto. Penso sia un percorso utile e interessante. Certo, questo moltiplica la quantità di informazioni che arrivano sulla scrivania di ogni editore, arricchendo, ma anche in parte complicando il suo lavoro. Per chi ha idee e capacità internet è una possibilità in più.
Cosa suggerisci a chi scrive e sogna di veder prima o poi pubblicato un suo libro?
Ci vogliono costanza e determinazione. Se si crede davvero di avere qualcosa da dire, bisogna approfittare di ogni occasione per cercare di far leggere le proprie cose. È importante seguire le tante iniziative che hanno a che fare con la lettura e la scrittura: premi, presentazioni, festival letterari. E poi insistere e ancora insistere. Il talento, quando c’è, sa farsi riconoscere.
a cura di Giovanni Battista Tomassini
(con la collaborazione di Alessandra Clementini)
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