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Meglio farsi presentare
Intervista a Gianrico Carofiglio

Dice d’aver studiato giurisprudenza quasi per caso: perché come molti suoi coetanei non aveva un’idea chiara di cosa fare nella vita. O meglio, non l’aveva più così chiara. Perché all’età di otto anni - quando Jack London gli aveva riempito il cuore e la testa con gli scenari magnifici delle foreste del Klondike – Gianrico Carofiglio la decisione l’aveva presa: avrebbe fatto lo scrittore. E ci s’era messo subito d’impegno. All’inizio, non poteva che inventare anche lui l’avven­tu­ra d’un lupo. Di racconti poi ne aveva scritti altri. “Per carità, solo sciocchezze da ragazzini”, si schermisce adesso. Intorno ai sedici anni, però, la penna aveva cominciato a farsi pesante nelle sue mani. Sognava un futuro da scrittore e a qualcuno ancora lo dichiarava apertamente, ma i racconti non gli venivano come li voleva e alla fine s’era messo l’animo in pace. Dopo la laurea, il dottor Carofiglio è diventato magistrato e a quel lavoro, cominciato quasi per caso, s’è appassionato. L’idea di scrivere rimaneva vaga, sullo sfondo. Intorno ai quarant’anni, però, quel sogno tradito  ha finito per trasformarsi in una lacerante sensazione di incompiutezza. Un vuoto che l’ha spinto a provare un’ultima volta prima di arrendersi e rassegnarsi a invecchiare. E così s’è messo di nuovo a scrivere.

Quando hai cominciato a scrivere?

Ho cominciato Testimone inconsapevole all’inizio del settembre 2000. La cosa singolare è che, a differenza di altri tentativi che avevo fatto nel corso degli anni, questa volta sono andato avanti con una regolarità che tuttora mi stupisce. Di solito, a distanza di qualche giorno rileggevo quello che avevo scritto e, invariabilmente, lo trovavo brutto e lasciavo perdere. In questo caso, invece, mi è parso naturale proseguire. Tornavo dall’ufficio e mi chiudevo in mansarda, dicendo: “vado a lavorare”. La cosa aveva un che di ridicolo, visto che di fatto non avevo mai scritto nulla sul serio, a parte testi di argomento giuridico. In effetti, però, andavo avanti, scrivendo quasi tutti i giorni. Ho finito il romanzo ai primi di  maggio del 2001. Per gli amanti delle metafore faccio notare che mi ci sono voluti esattamente nove mesi.

A quel punto cosa hai fatto?

Mentre scrivevo non ho mai  pensato a come avrei potuto pubblicare il romanzo. Mi sono preoccupato solo di scrivere. Ho cominciato a pormi il problema solo dopo aver finito.

Innanzitutto, ho cercato su internet i siti delle case editrici. Alcuni dicevano esplicitamente di non mandare testi non richiesti. Altri, invece, chiedevano di inviare delle proposte. Si sono rivelati i più scorretti. La maggior parte di loro - e parlo comunque di editori di buon nome - non mi ha mai risposto. Un altro mi invitò a spedirgli il testo non prima di sei mesi. Lasciai perdere. Solo in pochissimi si mostrarono disponibili a ricevere il dattiloscritto..

Nel frattempo, mi diedi da fare per cercare qualcuno che mi facesse da tramite e trovai un contatto con due case editrici. Una era la Sellerio, l’altra preferisco non citarla. Si trattava comunque di un’azienda importante.

La Sellerio è stata la più rapida?

Al contrario. La prima a rispondermi fu l’altra. Tre mesi dopo l’invio del manoscritto ricevetti una lettera piuttosto strana. Quando mi arrivò e riconobbi il mittente ebbi un sussulto. All’epoca ero ancora ingenuo Non sapevo come vanno le cose in questi casi: quando accettano telefonano, non scrivono. Quando scrivono vuol dire che stanno rifiutando. In effetti, la prima parte della lettera era colma di elogi, mentre la seconda era pressoché piena di ingiurie. Sembrava che le due parti fossero state scritte da due persone diverse che avevano letto due libri differenti.

Mi sa che a posteriori si sono pentiti di quella lettera…

Credo di sì. E non lo dico in base a una congettura, o per un delirio narcisistico, ma perché negli anni successivi mi hanno fatto ripetute offerte. Anche cospicue. E so che questa vicenda è stata oggetto anche di alcune riflessioni sul funzionamento della selezione dei manoscritti in quella casa editrice.
Comunque, circa dieci mesi dopo l’invio del manoscritto, mi arrivò una telefonata di Elvira Sellerio, nella quale mi diceva che il libro le era piaciuto e voleva pubblicarlo.

Hai un agente che segue i tuoi rapporti con le case editrici?

No. Ne ho uno che si occupa dei diritti televisivi e cinematografici. In questo caso è indispensabile, perché è un mondo che non conosco bene.

Se dovessi dare un consiglio a chi ha un manoscritto nel suo cassetto, cosa suggeriresti?

Mi muoverei su più piani, ma senza esagerare. Come prima cosa cercherei un contatto. Qualcuno che possa aiutarmi, presentando il manoscritto a una casa editrice. Sul mondo editoriale ci sono un sacco di leggende. C’è chi dice che si viene pubblicati per raccomandazione. Il che non esiste, salvo casi davvero eccezionali. È certo, però, che la presentazione di qualcuno può servire a farti leggere prima e – ma questo non è automatico – con un minimo di attenzione in più.

Va detto che quest’opera di mediazione è un compito ingrato e quindi non è facile trovare gli intermediari giusti. Quando qualcuno mi chiede di farlo io spiego sempre che, per non trovarmi nel dilemma se rovinare un’amicizia o mentire, preferisco non leggere l’opera. Un giudizio severo infatti può ferire, ma uno troppo indulgente finisce per alimentare aspettative comunque destinate a venire frustrate. Non bisogna quindi scoraggiarsi se la persona prescelta rifiuta di leggere il dattiloscritto. Da un certo punto di vista è addirittura meglio, visto che i suoi gusti personali potrebbero non coincidere con la valutazione della casa editrice.

E se uno il contatto non ce l’ha e non riesce a trovarlo?

Il rischio è finire sotto la catasta di dattiloscritti che c’è in tutte le case editrici. Ho visto personalmente la stanza dei dattiloscritti del mio editore ed è davvero impressionante. Per non finire nel dimenticatoio bisogna cercare di presentare il testo nel miglior modo possibile. È un aspetto che non va sopravvalutato, ma neanche trascurato. Conosco, per esempio, il caso di un autore di buona qualità e di buon successo commerciale, che è riuscito a farsi pubblicare la prima volta scrivendo una lettera spiritosa, che ha incuriosito l’editore, spingendolo a leggere il suo testo. Ovviamente, non se ne può fare una regola.
L’altra cosa importante è il tipo di opera che si propone. Da perfetto sconosciuto non manderei mai un romanzo sperimentale a un grande editore come Mondadori, o Einaudi, o Rizzoli. Molto meglio puntare sui tanti, ottimi, piccoli editori che, istituzionalmente svolgono la funzione di serbatoi di case editrici maggiori.

Secondo te, il sistema editoriale italiano è ricettivo verso i nuovi talenti?

Non moltissimo. Lo sono di più gli editori medio-piccoli. Per ragioni di sopravvivenza, ma anche strutturali. Per esempio, spesso i grandi editori si servono di lettori esterni per valutare le opere. A volte - come fu, per esempio, nel caso dell’editore che respinse il mio primo romanzo - questi lettori esterni, pur avendo significativi titoli accademici, lasciano prevalere il loro gusto personale rispetto all’obiettivo di interpretare le esigenze e gli umori del pubblico. Lo scopo dell’editore, però, è vendere i libri. Di solito, quando la valutazione è fatta all’interno - magari dallo stesso editore-imprenditore - si può far conto su un giudizio più mirato.

a cura di Giovanni Battista Tomassini
(con la collaborazione di Alessandra Clementini)

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