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| Condannata a scrivere Intervista a Giulia Carcasi
Partita dalle fiabe fantastiche della tua infanzia sei arrivata a due storie che raccontano in presa diretta le vicende di personaggi che hanno più o meno la tua età e che forse ti somigliano. Cos’è successo lungo la strada? Mi sono resa conto che la scrittura raggiunge una sua verità quando è utile e che un eccesso di fantasia può trasformarsi in un’inutile fuga dalla realtà. Cosa intendi per “utilità della scrittura”? Che esiste una letteratura che ha un effetto benefico di ritorno… Per chi scrive o per chi legge? Per tutti e due. Da lettrice, posso dire che quando leggo Alda Merini e lei mi racconta le sue ferite - che sento in qualche modo simili alle mie – è un po’ come se lenisse anche le mie lacerazioni. Quando leggo Amos Oz ho l’impressione che parli di uomini e donne che conosco bene. Oppure, se mi immergo nei libri di Isabella Allende mi confronto con le stesse assurdità che possono capitare anche a me. Questa per me è una letteratura utile. Da quando hai cominciato a sette anni, hai sempre continuato a scrivere? Sì, ho continuato come fosse un esercizio. Come una ginnastica. Mi prendevo le mie ore quotidiane di allenamento sul foglio. Quando hai cominciato a pensare di pubblicare le prime cose? All’inizio non mi ponevo il problema di pubblicare. Mi assillava l’idea di scrivere bene. Però mi preoccupavo del giudizio degli altri. Avevo bisogno di sapere che la mia passione per la scrittura non era una semplice velleità, ma qualcosa di più. Quindi cercavo conferme. Soprattutto attraverso i concorsi letterari. Mi sembrava l’unico modo per ottenere un giudizio oggettivo. Certo, facevo leggere le mie cose a mia madre e a mio fratello, agli amici, ma in quel caso il loro era il giudizio di chi poteva associare il mio volto alle mie parole. Mi sembrava che in questo modo fosse troppo facile strappare l’applauso. Giocavo in casa. Troppo comodo chiedere conferme a una tifoseria… Quindi hai cominciato a mandare le cose che scrivevi ai concorsi per esordienti? Ho partecipato la prima volta a quindici anni. Era un concorso intitolato Una lettera d’amore, organizzato dalla Perla dell’Adriatico. Poi al Campiello Giovani, al Modello Pirandello e ad altri. Insomma, spedivo manoscritti. L’unica regola che mi ero imposta è che i concorsi non fossero a pagamento. Pagare per essere letti mi sembra davvero assurdo. Che impressione hai avuto di questo genere di concorsi per autori esordienti? Avevo buoni risultati. Tra i partecipanti non c’era una concorrenza sfrenata. Andavi lì, ti prendevi la tua targa e te ne tornavi a casa. Però con una dose in più di consapevolezza. Mi aiutava a pensare che quanto stavo facendo non era un capriccio, ma qualcosa in cui valeva la pena di impegnarsi. Qualcosa come un dono da coltivare. Hai partecipato a molti concorsi? Ne avrò fatti cinque o sei. E sei stata sempre premiata? Sì. O ero segnalata, oppure entravo tra i finalisti. Insomma, ho sempre avuto un risultato. I testi che sono stati premiati sono stati anche pubblicati? Credo di sì. Anche se i tempi di solito sono molto lunghi e mi pare che le prime pubblicazioni stiano uscendo adesso. A dir la verità, non me ne sono occupata. Anche perché ho cominciato a frequentare l’università [Giulia è iscritta a Medicina] e sono dovuta star dietro ad altre questioni. Come hai pubblicato il primo libro? È stata una coincidenza degna di un romanzo di Isabella Allende. Avevo vinto un premio, ma non potevo ritirarlo per problemi di famiglia. Qualche tempo dopo, gli organizzatori, che erano venuti a Roma per la presentazione di un libro, mi chiamarono per consegnarmelo. Alla presentazione partecipava anche Erri De Luca. Gli diedi da leggere un mio racconto e lui mi disse che ero condannata a scrivere. Da quel giorno ho continuato a mandargli le cose che scrivevo e, alla fine, fu lui a passare a mia insaputa il dattiloscritto di Ma le stelle quante sono, alla Feltrinelli. Dopo un po’, mi contattarono dalla casa editrice. Non avendo mai provato a spedire le mie cose a un editore, sulle prime rimasi incredula. Qual è il rapporto tra uno scrittore giovane come te e una grande casa editrice? Il primo contatto in termini di confronto e di lavoro all'interno della Feltrinelli l'ho avuto con Alberto Rollo, un editor che non mi ha mai imposto nulla, ma che al contrario ha seguito il mio lavoro, lasciandomi piena libertà espressiva. Soprattutto ha creduto in me. In fondo ero solo una ragazza di diciannove anni e la sua fiducia è stata importantissima. È cambiato qualcosa nel rapporto con i tuoi amici dopo il successo dei tuoi libri? Non ho amici che condividano la mia passione per la scrittura. Scrivere era ed è una mia peculiarità. Di certo il successo dei miei romanzi ha portato dei cambiamenti. Ci sono amicizie che sono addirittura finite, ma le più solide non ne sono state toccate. Mi ha ferito che qualcuno abbia scambiato le vicende e i personaggi che racconto nei mie libri con la mia vita e mi abbia giudicato per ciò che ho scritto. In realtà, l’equazione è profondamente sbagliata. Sono molte le cose e le parole nascoste che appartengono solo alla mia sfera privata: parole non ho scritto e che forse non scriverò mai. Cosa consigli a chi condivide la tua passione per la scrittura e sogna di pubblicare le cose che scrive? Di non inseguire la pubblicazione. Bisogna concentrarsi e impegnarsi molto. La scrittura è in parte un dono, ma è in larga misura anche metodo. Occorre scrivere e riscrivere fino a quando non si raggiunge la forma che si ritiene migliore. Si possono cercare delle conferme attraverso i concorsi letterari, come ho fatto io, ma sempre senza preoccuparsi di pubblicare a tutti i costi. Ti senti condizionata dalle aspettative del tuo editore? Ne sento la pressione ed è per questo che ho capito quanto sia importante rispettare i miei tempi e consegnare il libro alla casa editrice solo dopo averlo ultimato, senza farmi prendere dalla fretta. Che impressione hai dell'atteggiamento dell'editoria italiana nei confronti dei giovani scrittori? Quello che ho apprezzato di più in questi due anni di lavoro con Feltrinelli è stato che non hanno mai tentato di rendermi diversa da quello che sono. Mi piacerebbe che gli editori si comportassero sempre così con i giovani autori: che li aiutassero a esprimere al meglio la loro vera voce. a cura di Giovanni Battista Tomassini |
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