Mag 09

vie-de-merde.pngdi Antonello Chieca 

Lumitiik alleva da solo sua figlia di nove anni. La bambina doveva scrivere un tema sulla persona della sua famiglia che ama di più e ha ottenuto un “ottimo” per una commovente storia su Skippy, il loro maialino della Guinea. Mouhaha, invece, ha confessato a suo padre di essere lesbica e questi ha risposto senza scomporsi: “Non mi meraviglio, tutte le lesbiche sono grasse”. Lumitiik e Mouhaha hanno deciso di condividere le proprie disavventure, hanno scelto due pseudonimi e si sono registrati sul sito Vie de merd.  

Il nome del portale made in France è emblematico. Il sottotitolo è, se possibile, ancora più esplicito: “La mia vita è di m***a e io le do fastidio (letteralmente, la smerdo)”. Si tratta, infatti, di un sito che raccoglie le frustazioni degli internauti. Ottantamila persone al giorno visitano Vie de merd e, quando la nuvoletta di Fantozzi chiama, loro rispondono pubblicando un post. L’unica regola, come hanno spiegato gli stessi ideatori del portale Maxime Valette e Antoine Descamps, è che l’aneddoto raccontato inizi con “Aujourd’hui” (oggi) e termini con “VDM” (acronimo di “Vie de merd”). Sono previste sei categorie (amore, lavoro, salute, soldi, sesso e non classificabile) e gli utenti possono anche commentare e dare un voto alle disavventure altrui.  

Con Vie de merd la piazza virtuale di Internet, considerata già da un decennio il deposito universale del sapere umano (vedi Google o Wikipedia) e impostasi da qualche anno come luogo di incontro e arco privilegiato di Cupido (leggi moltiplicazione esponenziale dei social network), è ora diventata anche una valvola di sfogo per i tanti Fantozzi della Rete. 

Quando lo stress quotidiano e la sfiga prendono il sopravvento. Quando vorreste mandare tutti a quel paese, ma non sapete sulle spalle di chi piangere. Quando proprio non vie-de-merde2.jpgavete nessuno con cui sfogarvi. Che cosa fare? Cotton Tige, che aveva scoperto di essere sterile e aveva appena ricevuto dalla sua compagna, gioiosa, la notizia di aspettare due gemelli, ha scelto il Web. Ha deciso di raccontare la propria disgrazia con ironia, come se fosse una piccola barzelletta. 

Vie de merd è da un lato la dimostrazione del sadismo umano – non c’è niente da fare, le disavventure altrui hanno il potere di farci divertire – e dall’altro la conferma di quanto sia importante essere capaci di sdrammatizzare: un sorriso, anche amaro, permette di sentirsi meno infelici. Vie de merd è, però, anche la consacrazione  di Internet come mezzo dal volto quasi umano, una presenza  irrinunciabile nella nostra quotidianità.   Non solo email e motori di ricerca. Non solo informazione in tempo reale. La Rete è anche un luogo di incontro e di scambio di idee, di trasgressione, una valvola di sfogo per gli internauti. Con Vie de merd, infatti, il Web veste i panni di un confidente di fiducia, di uno psicanalista. Non resta che sdraiarsi su questo lettino virtuale e sperare di essere più fortunati di JuliusRobertMayer. L’utente di VDM è andato dallo psichiatra (uno vero, in carne e ossa) e ha iniziato a raccontargli la propria vita: peccato che lo psichiatra, dopo cinque minuti, si sia addormentato e lui abbia dovuto comunque pagare 55 euro per un pisolino!

Mag 02

di Emiliano Sbaraglia 

mccain-1.jpgMentre i fratelli-coltelli del Partito Democratico, Hillary Clinton e Barack Obama, affilano le armi per l’ennesimo turno di primarie del 6 maggio in Indiana e North Carolina, sul fronte repubblicano la pratica della nomination alla presidenza americana si è già risolta da qualche mese, e il candidato scelto John Mc Cain cerca di sfruttare il vantaggio sui suoi avversari. 

La sua campagna elettorale è già iniziata la strategia del senatore dell’Arizona inizia a delinearsi in maniera abbastanza chiara. Sono due episodi a indicarcelo con una certa esattezza. 

Il primo riguarda la sua visita nella città di New Orleans e nelle zone circostanti, devastate nell’estate del 2005 dall’uragano Katrina. “Mai più!”, ha urlato McCain alle persone che lo ascoltavano, non risparmiando nel suo discorso un passaggio molto critico sul modo in cui il presidente George W. Bush gestì le conseguenze di quella tragedia. “Se fossi stato presidente nel 2005 -ha aggiunto Mc Cain - mi sarei recato a New Orleans appena saputo della tragedia”. Subito dopo - costretto dall’urgenza elettorale, che comunque prescrive il mantenimento degli equilibri interni al partito -  ha proseguito il suo discorso specificando che la sua non è una critica contro il presidente Bush: “sto solo dicendo che avrei fatto atterrare il mio aeroplano nella base militare più vicina e mi sarei personalmente recato sul posto”. 

Il tentativo di sedurre l’elettorato afroamericano con queste dichiarazioni, in una zona degli Stati Uniti vergognosamente abbandonata a se stessa dopo il cataclisma naturale, appare abbastanza evidente.  

Ma, in un’altra occasione, McCain non ha trascurato di rivolgersi anche all’elettorato più conservatore. “E’ mccain-2.jpgchiaro chi Hamas vorrebbe come presidente degli Stati Uniti: Barack Obama. Io – ha scandito il senatore repubblicano - invece sarei il peggiore incubo di Hamas”. Secondo il New York Post, a offrire a McCain l’occasione per questa battuta sarebbe stato un intervento alla radio WABC del consulente di Hamas, Ahmed Yousef, che aveva in effetti dichiarato: “Ci piace Obama. E speriamo che sia lui a vincere le elezioni”.  

E McCain non si è limitato a questo, attaccando indirettamente Obama anche accusando di antiamericanismo il reverendo della Chiesa protestante di Chicago, Jeremiah Wright, notoriamente vicino al senatore dell’Illinois, ma che nell’ultimo periodo ha rilasciato una serie di dichiarazioni polemiche, arrivando, nientemeno, a sostenere che gli Stati Uniti si sarebbero meritati l’11 settembre. 

Obama s’è dovuto difendere su entrambi i fronti: “Voglio solo sottolineare che si tratta del mio ex pastore -ha hilllary-e-obama.bmpdetto il candidato riferendosi al religioso che lo ha sposato e che ha battezzato le sue due figlie - e che le affermazioni fatte da Wright negli ultimi giorni non rappresentano in alcun modo il mio punto di vista”. Allo stesso modo, Obama ha preso le distanze da Hamas, definendolo un “movimento fondamentalista” e dicendosi favorevole alla linea intransigente sposata dall’amministrazione Bush. Obama ha tuttavia confermato la sua apertura al dialogo con alcuni avversari storici degli Stati Uniti, come l’attuale capo di stato Raul Castro, fratello di Fidel, e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Una linea di politica estera, questa, osteggiata e utilizzata per screditarlo anche da Hillary Clinton.

La situazione, per i democratici si fa scivolosa, tanto che il partito ha deciso di calare il proprio poker d’assi: Howard Dean, Al Gore, John Kerry e Nancy Pelosi, con una dichiarazione congiunta, hanno chiesto ai superdelegati di abbreviare l’incertezza sul candidato alla Casa Bianca e, quindi, di esprimere la loro preferenza per Hillary o per Obama subito dopo il termine delle primarie, previsto per la metà di giugno.

L’obiettivo è fare chiarezza. il più presto possibile, per tentare di riguadagnare almeno un poco del tempo già perduto rispetto alla campagna elettorale repubblicana e porre fine a una competizione intestina che, al momento della corsa presidenziale, potrebbe aver indebolito troppo il candidato democratico superstite.

Apr 24

hillary-in-pennsylvania.jpgdi Emiliano Sbaraglia 

Hillary Clinton ottiene la vittoria che cercava, vale a dire un successo in Pennsylvania che le consente di sopravvivere nella corsa alla nomination democratica per le elezioni presidenziali americane del prossimo 4 novembre. Una vittoria significativa che va analizzata in particolare focalizzando due aspetti. 

In primo luogo, conquistare la Pennsylvania per la ex first lady significa continuare una serie di successi politicamente simbolici, oltre che strategici, come quelli già ottenuti in California, nello stato di New York, n el New Jersey, in Florida, Ohio e Texas. Una serie quantitativamente meno consistente rispetto a quella inanellata da Obama, ma che indica la capacità da parte di Hillary di vincere negli stati più grandi e importanti. Elemento, questo, che potrebbe influenzare non poco la decisione finale dei superdelegati, che esprimeranno la loro preferenza alla Convention di Denver del 26 agosto, nel corso della quale si consumerà verosimilmente l’ultimo atto di queste estenuanti e incertissime primarie democratiche. 

Il secondo punto è di carattere puramente numerico. Avendo ottenuto in Pennsylvania circa dieci punti di vantaggio (il 55 per cento dei voti contro il 45 di Obama), sul conteggio dei delegati Clinton recupera parecchio terreno; ora infatti la situazione parla di 1694 delegati a favore di Barack, 1556 per Hillary. Un recupero che le consente di riaprire la partita in attesa dei prossimi appuntamenti, il primo dei quali previsto il 6 maggio in North Carolina. Dall’analisi del voto emerge ancora una volta che i giovani hanno scelto Obama (il 62% degli under 30), mentre tra gli over-sessanta il 60% ha preferito Clinton. Cifre molto simili alle precedenti vittorie di Hillary anche per quanto riguarda le donne (57%) e i bianchi (60%), così come anche stavolta Obama raggiunge l’ottanta per cento circa tra l’elettorato di origine afroamericana. 

La vittoria della Clinton in questa tornata era scontata. Lo sapeva anche Obama che, contrariamente alle sue abitudini, ha lasciato la Pennsylvania prima dello spoglio E lo obama-in-pennsylvania.jpgsapeva anche Hillary che, negli ultimi giorni, ha impresso un vistoso cambiamento alla sua campagna elettorale, orientandola verso la ricerca di consensi nell’ambito più conservatore e moderato dei democratici. Lo ha fatto picchiando verbalmente in maniera molto dura sul tema della sicurezza, arrivando quasi a minacciare l’Iran, dando in alcuni casi l’impressione di essere più una candidata repubblicana che democratica. 

La consultazione si sposta ora in North Carolina, poi a Portorico e in Montana, infine, in giugno, nel South Dakota. Ma in questi stati i delegati in palio (che contrariamente al metodo maggioritario repubblicano i democratici si dividono attraverso un metodo proporzionale),  non sembrano in grado di spostare di molto l’asse delle preferenze sin qui ottenute dai due contendenti, In realtà, tutti sembrano già proiettati ad agosto, verso Denver, dove i trecento superdelegati avranno una responsabilità di non poco conto. 

Risolto l’enigma della nomination, ci si troverà poi di fronte a un’altra incognita tutt’altro che facile da prevedere: gli elettori dello sfidante democratico che ha perso, voteranno per chi fino a ieri aveva rappresentato l’unico rivale, in una battaglia che con il passar dei giorni sembra essere sempre più senza esclusione di colpi?      

Apr 07

di Emiliano Sbaraglia  

La stretta finale per le primarie democratiche statunitensi continua ad essere complessa e accidentata. Nella peggiore delle ipotesi, i democratici sceglieranno il proprio candidato nella Convention prevista a Denver, in Colorado, il prossimo 25 agosto. Un esito talmente incerto favorisce non poco il candidato repubblicano già scelto, John Mc Cain. Quest’ultimo è protagonista di una campagna elettorale per la presidenza alla Casa Bianca, caratterizzata da una sorprendente apertura nei confronti degli elettori e della politica democratica.  

Obama - Le fila degli Obama-entusiasti sembrano aumentare anche se, a un paio di settimane dal voto in obama-5.jpgPennsylvania (dove oltre un terzo della popolazione è cattolica), il candidato democratico è inciampato sulla questione-aborto, tema molto presente anche nella campagna elettorale statunitense. In un incontro pubblico, infatti, Obama ha dichiarato che  “se le mie figlie facessero un errore, non dovrebbero essere punite con un bimbo”. Come falchi gli esponenti della destra repubblicana lo hanno ferocemente criticato, così come alcuni organi di informazione, tra cui il Washington Post, che attraverso la penna dell’ex autore dei discorsi del presidente George W. Bush, Michael Gerson, ha scritto che “non è certo, il suo, un atteggiamento di benvenuto verso una nuova vita umana”. 

Ad ogni modo, oltre la recente dichiarazione in favore di Obama da parte del governatore del Wyoming, Dave Freudenthal, e dell’ex-deputato Lee Hamilton, secondo quanto riferito dal New York Times, tra i nuovi acquisti pro-Obama va annoverato anche Rupert Murdoch, di origine australiana, ma naturalizzato cittadino murdoch.jpgamericano, nome tra i più importanti e potenti nel mondo dei media. La conferma indiretta, ma piuttosto esplicita è la figlia Elizabeth (doppia cittadinanza, inglese e americana, e curiosamente spostata con Matthew Freud, pronipote del padre della psicanalisi Sigmund Freud), la quale pare abbia organizzato per il prossimo 28 aprile una cena elettorale nella sua casa di Notting Hill, nel cuore della Londra-bene,  per raccogliere fondi in favore del senatore dell’Illinois. Si prevede infatti un biglietto di ingresso di 1.000 dollari.Un messaggio politico rilevante, visto che sino a poco tempo fa il famoso magnate televisivo era dato vicino a Hillary Clinton, come aveva confermato la posizione tenuta dal suo New York Post nelle elezioni Midterm del 2006. Si tratta di una scelta importante se si tiene presente anche l’intuito dimostrato negli anni da Murdoch in qualità di sostenitore di candidati politici vincenti, da Margareth Thatcher negli anni Ottanta sino a Tony Blair nel decennio successivo. 

Clinton - Anche Hillary Clinton in fatto di aborto è sulle posizioni del suo sfidante alla corsa democratica alla Casa Bianca, ma i suoi problemi sembrano essere altri. L’ex-first lady perde, infatti, uno dei collaboratori più clinton-2.jpgstretti, Mark Penn, demiurgo della sua campagna elettorale. Penn ha annunciato le sue dimissioni dopo un paventato conflitto di interessi che lo vedrebbe impegnato in affari con la Colombia. Una vicenda per cui, nei giorni scorsi, Penn aveva dovuto scusarsi per aver fornito al governo di Bogotà consulenze su un accordo per il libero commercio, al quale Hillary Clinton si è detta fermamente contraria. In pratica, il braccio destro della Clinton aveva incontrato alcuni funzionari colombiani per promuovere intese commerciali con un’azienda della quale è uno degli amministratori. Le prime indiscrezioni su questa ancora per molti tratti oscura vicenda erano filtrate nei giorni precedenti, poi il governo di Bogotà ha deciso di cancellare il contratto. Da qui la decisione da parte di Penn di rassegnare le sue dimissioni.
Secondo un articolo pubblicato dal Wall Street Journal,  la Burson Marsteller Worlwide, l’azienda di pubbliche relazioni a cui è legato l’ormai ex consulente di Hillary Clinton, ha ricevuto 700.000 dollari come compensi dalla Colombia.

Una situazione, questa, che ancora una volta mette in stretta relazione i due candidati alla nomination democratica, visto che proprio qualche giorno prima, uno stretto collaboratore di Obama aveva incontrato alcuni esponenti delle autorità canadesi per sostenere una posizione sul libero scambio; posizione contraria a quella del senatore dell’Illinois. 

Mc Cain - A uno scenario così delineato in campo democratico corrisponde un quadro nettamente diverso su sponda repubblicana, dove John Mc Cain, avendo già superato brillantemente la competizione interna (in virtù mccain.jpganche della maggior semplicità con cui le primarie repubblicane vengono condotte rispetto alle democratiche), sta dedicandosi a tempo pieno a una vera e propria campagna elettorale per la corsa verso la Casa Bianca, guadagnando quindi tempo e probabili elettori rispetto a chiunque sarà il suo avversario tra Hillary e Obama. Tra le novità nella strategia in questi giorni portata avanti dal senatore dell’Arizona, bisogna sottolineare un aspetto che riguarda, neanche a dirlo, l’immagine. Nel corso dei vari appuntamenti pubblici, i discorsi di Mc Cain, più che puntare al consenso della base più conservatrice del suo partito e del paese – sulla quale aveva puntato Bush nel 2000 e nel 2004 - sembrano guardare soprattutto alla parte moderata dell’elettorato. Non solo di quello repubblicano.

Una “conversione”, quella di Mc Cain, per certi aspetti confermata anche dall’atteggiamento sostenuto in questo periodo nei confronti del giovane figlio di diciannove anni, Jimmy, volontario in Iraq (come tradizione bi-secolare di famiglia vuole), mai chiamato sul palco nelle varie occasioni avute dal padre, né mai citato nel corso della campagna elettorale. Un gesto di correttezza, malgrado il vantaggio che lo “sfruttamento” dell’immagine di un figlio esemplare potrebbe offrirgli, sottolineato anche sulle pagine del New York Times. 

Apr 07

di Antonello Chieca 

Nel XXI secolo il demonio, il Male, preferisce viaggiare online e calcare contromano le stesse strade, stradine e viuzze che, bit dopo bit, potrebbero portare alla conquista della libertà di espressione. In tutto il mondo, ma soprattutto nei Paesi dove prevale il “Governo del Bavaglio”. 

La blogger cubana Yoani Sánchez riesce ad aggirare la Grande Muraglia della Web-censura grazie ad tappetino-della-rete.jpgalcuni stratagemmi illustrati nella Guida pratica del blogger e del cyberdissidente (Reporters Sans Frontières). Gli stessi  trucchetti, però, vengono sfruttati anche dai terroristi di Al Qaeda per diffondere proclami jihadisti e dai pedofili di tutto il mondo per condividere ignobili immagini di bambini abusati. Anonymouse, ad esempio, è un sito che permette agli utenti di muoversi liberamente nel labirinto di Internet senza lasciare traccia dei propri dati personali. È proprio grazie a software come Anonymouse che alcuni blogger coraggiosi, conoscitori dei tanti anfratti della Rete, possono pubblicare le immagini dei monaci tibetani pestati e uccisi dalle autorità cinesi. Le possono diffondere senza incorrere nelle punizioni della cyber-polizia di Pechino.   

È però sempre grazie ad espedienti virtuali come Anonymouse – ma anche Picidae e TOR – che si alimenta il al-zawahri.jpglato oscuro della Rete. Internet è una rete policentrica che agli esperti assicura un perfetto anonimato, difficilmente sottoponibile a controlli o a restrizioni. In sintesi: Internet è anche il paradiso dei terroristi. Lo dimostra il dato che Al Qaeda investa online milioni di dollari. Lo conferma il fatto che mercoledì scorso, 3 aprile, il medico egiziano Ayman al Zawahri abbia scelto ancora un messaggio sul Web per far sapere al mondo intero che lo sceicco Osama Bin Laden gode di buona salute e per lanciare un appello a tutti i devoti musulmani, affinché attacchino obiettivi ebraici dentro e fuori Israele. 

Il fanatismo religioso non è affatto incompatibile con la modernità. Anzi, la sfrutta. Il materiale che prima i jihadisti, a causa della censura, non potevano diffondere attraverso gli altri mezzi di informazione arabi e islamici, viene ora veicolato sul Web. Internet è utilizzato dai terroristi per fare propaganda, raccogliere fondi, jihad.jpgriciclare denaro sporco, reclutare e formare nuovi membri, pianificare e realizzare attentati. Già nel 2003 nasceva la “Università online di Al Qaeda per le Scienze del Jihad” per reclutare giovani musulmani, forgiarli come martiri e specializzarli in “Jihad elettronica”. Nel 2007 abbiamo scoperto che strumenti all’apparenza innocui come Google Earth, che mostra immagini satellitari della Terra in 3D, vengono usati per localizzare i bersagli per gli attacchi. Ora abbiamo perfino saputo che molti gruppi terroristici offrono videogame online gratuiti ai bambini per formarli e radicare in loro gli ideali della Guerra Santa. Si tratta, ad esempio, del videogame “Special Force di Hezbollah”: il giocatore interpreta un guerrigliero che combatte in campagne terroristiche contro Israele. 

Il Male che viaggia sul Web usa stratagemmi virtuali, ma scambia anche semplicemente informazioni su forum di sport o nasconde messaggi tra i pixel delle immagini digitali. Sono queste, ad esempio, la tecniche preferite dai pedofili informatici per comunicare tra loro e per scambiarsi file. Nel 2006 in Italia è stato anche istituito il Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia su Internet, ma gli sforzi delle autorità non sono sufficienti. Negli ultimi mesi, secondo i dati resi noti dal Telefono Arcobaleno sui monitoraggi della Rete, la pedofilia online ha avuto un incremento di oltre il 160% rispetto allo scorso anno e del 131% nel giro di cinque anni. 

Le difficoltà nella caccia ai Web-pedofili sono evidenti se si pensa che perfino il secondl-lfe.jpgmondo virtuale di Second Life è diventato un’occasione di interazione e di scambio. In alcune “isole”, grazie ad accorgimenti tecnici, gli avatar modificano le proprie sembianze, prendendo quelle di un avatar-bambino. E così si vengono a creare situazioni in cui un avatar adulto può abusare di uno più piccoli. Può far finta di sedurlo offrendogli giochi o caramelle, può far sesso in stanze dove scorrono immagini di bimbi con pannolini. 

La Rete è per i terroristi e per i pedofili una sorta di palcoscenico gratuito con un’audience incredibilmente vasta. Le strade per accedere a questo palcoscenico sono, però, le stesse che ad esempio permettono di far sentire la propria voce in un Paese dal regime repressivo. Bene e Male viaggiano nella Rete: stessa strada, ma su corsie che vanno in senso opposto.

Apr 03

di Riccardo Carnielli

Ho letto con interesse e scrupoloso distacco l’intervista fatta a Stas’ Gawronski sulla scrittura creativa, pubblicata nella rubrica In/Out.

Le mie perplessità riguardano una semplice, tagliente domanda: la creatività, gawronski-3.jpgnell’ipotesi di sapere cosa essa sia, può essere insegnata? Ed ancora: ad aspiranti scrittori – ma questo vale per ogni studente del mondo – può essere inculcata una creatività burocrattizata ed imbrigliata in schemi d’insegnamento preconfezionati? A mio parere, la creatività, per definizione, è libera e soggettiva; uno schema didattico, diversamente, si basa su alcuni presupposti e regole che l’insegnante è tenuto ad osservare.

Non uno a caso: Albert Einstein. Strano ma vero, non tutti sanno che il signor Albert Einstein fosse un pessimo matematico: a volte il geniale scienziato tedesco faceva errori nei calcoli. Per Einstein fu prezioso il contributo teorico di un matematico italiano, Tullio Levi-Civita, pioniere del calcolo tensoriale, un tipo di calcolo che sarebbe poi risultato determinante per lo sviluppo della teoria della relatività generale albert-einstein.jpg(basti pensare che con il calcolo tensoriale, Einstein poteva “vedere” lo spazio-tempo come curvatura quadrimensionale). In ogni caso, la forza di Einstein era nell’intuizione e nella capacità di elaborare modelli non intuitivi, contrari alla comune percezione, ma utili nella fisica avanzata. Nel 1905 Einstein, al fine di conseguire il dottorato, presentò all’università di Zurigo il suo articolo sulla relatività speciale. L’università, dal canto suo, giudicò quel contributo «un po’ strano». Evidentemente quei docenti non erano in grado di riconoscere appieno l’originalità del suo lavoro, la sua peculiare capacità creativa.

Alcuni potrebbero dire che Einstein era un genio più che un creativo. Altri potrebbero dire che la fisica è un campo d’indagine diverso dalla scrittura.

Consideriamo allora uno scrittore. Anche qui, non uno a caso: William Gibson, scrittore americano, visionario e, come pochi sanno, coniatore della parola “cyberspazio”. Alcuni anni fa, nel 2001 per l’esattezza, venne realizzato un bellissimo documentario sulla sua persona, un documentario dal titolo aulico, evocatore di distese sterminate e difficilmente indagabili, proprio come il cyberspazio: No maps for these territories – Nessuna mappa per questi territori.

Ad un certo punto del video, senza troppi giri di parole, Gibson racconta il suo rapporto con la scrittura ed afferma: «Io non ho un processo creativo cosciente. Non creo libri riflettendo. Ultimamente sono sempre piùwilliam-gibson.jpg conscio del fatto che i libri nascono perché li scrivo e che le vere parti creative emergono soltanto dal procedimento dello scrivere una parola dopo l’altra. Le parti che prediligo sono quelle che mi sorprendono, quelle che non mi aspetto, che nascono semplicemente dalla scrittura, non nascono dalla riflessione, da un procedimento che cerca di immaginare e visualizzare come sarebbe il quadro completo. Emergono semplicemente mettendo una parola dopo l’altra. Sento che se devo fare seriamente il mio lavoro, non devo tentare di controllare la narrativa. […]. Devo fare uno sforzo e costringermi a controllare se c’è della nuova “posta in arrivo”. […]. La mia parte cosciente, la parte di me che in questo momento sta dialogando con voi, non è la stessa che scrive i miei libri. Io scrivo dei libri che… i libri vengono scritti da quel tizio che ora sta comunicando con voi in collaborazione con il suo inconscio. Io non ho un accesso permanente al mio inconscio, a volte devo aspettare che si faccia vivo…» Dubito che Gibson abbia frequentato scuole di scrittura creativa…Gibson, probabilmente, non sarebbe d’accordo con questo tipo di approccio.

(Qui sotto, William Gibson parla del processo creativo
durante una presentazione a Chicago)

Rimane il fatto che io ho considerato due esempi estremi, ma riprendendo alcune affermazioni dell’intervista fatta a Gawronski, si capisce bene come sia lo stesso docente di scrittura creativa, in parte, a tradirsi. Egli afferma infatti che scrittori rimasti legati a tecniche di scrittura creativa abbiano poi avuto difficoltà nell’affinare la propria sensibilità, non siano riusciti a «sviluppare una propria voce». Un corso di scrittura, come afferma Gawronski, fa diventare professionisti, insegna l’utilizzo di tecniche specifiche, dà nozioni più o meno utili; un corso di scrittura può risultare senz’altro valido per quella che ad un certo punto viene definita “scrittura funzionale”. Altra cosa è la scrittura di romanzi e racconti.

Concordo con Gawronski quando afferma che la cosa più importante da fare per uno scrittore è «imparare ad aprire veramente gli occhi sulla realtà che lo circonda». Mi sento di poter aggiungere che lo studio in genere, per quello che riguarda lo sviluppo della “sensibilità scrittoria” e non solo, sia importantissimo (pensate allo strumento “calcolo tensoriale” conosciuto ed utilizzato da Einstein). Poi si tratta di abbracciare il vuoto del foglio bianco, perché la creatività non può essere insegnata e perché «l’immaginazione, a volte, è più importante della conoscenza»…

Mar 25

di Emiliano Sbaraglia 

Alla fine, secondo gli organizzatori, il bilancio della ventottesima edizione del Salon du livre di Parigi (14-19 marzo) è stato positivo: in termini di visitatori e di qualità della proposta culturale. Senza dubbio, anche in termini di visibilità. A destare interesse quest’anno è stata anche e soprattutto la presenza di Israele come paese ospite della manifestazione. Anche in Francia - come in Italia, dove Israele sarà ospite d’onore della Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio) – questa scelta ha suscitato polemiche e un acceso dibattito.  

amos-oz.jpg“Ci troviamo di fronte alla rinascita di una letteratura dinamica, di una immensa ricchezza, oltre che di fronte all’immagine di una società multiculturale – ha spiegato Amos Oz, nel suo intervento al Salon -. Una letteratura che guarda al suo passato e si afferma in un presente movimentato, senza pregiudizi, senza schivare alcuna questione, analizzando e interrogandosi sul futuro”. Insieme a lui, a inaugurare l’esposizione parigina, c’erano gli altri due scrittori israeliani più famosi: David Grossman e Abraham B. Yehoshua 

Amos Oz ha incontrato i suoi lettori nella mattina di domenica, concentrando il suo intervento proprio sul momento vivace e rigoglioso che vive la letteratura israeliana, in un paese che per lo scrittore non è affatto così chiuso e ostile al popolo palestinese, come molti invece lo considerano. Le tensioni alimentate dalla presenza di Israele come ospite privilegiato si sono, però manifestate, nel corso della stessa giornata. Nel pomeriggio, infatti, la sicurezza ha chiesto ai visitatori - che in quel momento erano oltre centomila - di abbandonare i padiglioni per “problemi tecnici”. Una precauzione presa per un falso allarme bomba. È stato comunque sorprendente vedere come così tante persone siano tranquillamente defluite all’esterno, in nemmeno dieci minuti, per poi rientrare dopo circa una mezz’ora, con assoluta nonchalance 

Ma a Parigi, in rappresentanza della cultura letteraria israeliana, non c’era soltanto il “trio delle meraviglie”. keret.jpgQuaranta in totale gli scrittori presenti, tra cui il giovane e talentuoso Etgar Keret, in Italia scoperto e pubblicato dall’editore E/O, che ha già inserito nel suo catalogo Pizzeria Kamikaze (2003), Io sono lui (ora uscito in versione tascabile con il singolare titolo Le tette di una diciottenne), e Gaza blues (2005), scritto a quattro mani con l’autore palestinese Samir El-Youssef: un’operazione culturale che già di per sé lascia intendere la posizione di Keret rispetto al conflitto arabo-israeliano. “Non sono venuto a Parigi a bordo di un “tank” - ha arringato con brillante eloquio il numerosissimo pubblico, nel corso dell’incontro “Un’ora con l’autore” -. Sono uno scrittore e non un rappresentante di Stato; e in qualità di scrittore mi sento un ambasciatore di pace. D’altra parte, se uno scrittore si rifiuta di parlare con altri scrittori, come si può pretendere, o soltanto pensare che possano farlo gli esponenti politici?”. 

Il nodo della polemica di queste settimane, che in Italia verosimilmente porteremo avanti sino ai giorni della Fiera del Libro di Torino, verte proprio sul rifiuto (non soltanto da parte dei rappresentanti del popolo palestinese) di confrontarsi con autori israeliani. Come lo stesso Ernesto Ferrero, responsabile della grossman.jpgkermesse torinese, ha dichiarato a Parigi, lascia molto perplessi che alcuni partiti politici (in particolare i Comunisti italiani) siano in prima linea nel boicottaggio della XXI edizione della Fiera di Torino. D’altra parte appare poco praticabile l’ipotesi di invitare contemporaneamente anche scrittori palestinesi, riservando loro lo stesso spazio di “ospiti d’onore”, visto che tradizionalmente la manifestazione prevede l’invito di un solo paese per ogni edizione. È però probabile che in una prossima edizione, saranno gli autori palestinesi a partecipare in veste di ospiti principali, con la possibilità di discutere e spiegare le ragioni del loro popolo. Non va poi dimenticato che scrittori palestinesi sono inseriti già nel programma della prossima edizione della Fiera torinese. 

Resta il fatto che, tra cultura e politica, la differenza risiede nel ruolo che può assumere la prima per abbattere idealmente i muri reali costruiti dalla seconda. Rifiutare spazi di confronto è una sconfitta per tutti.

Mar 20

cyber-uscita.jpg

di Antonello Chieca 

Yoani Sánchez, 32 anni, si veste come una turista, entra in un albergo dell’Havana e parla in tedesco. Si yoani-sanchez.jpgfinge straniera perché è l’unica possibilità che ha per aggiornare il proprio blog. A Cuba, infatti, le connessioni private al Web sono illegali e solo 200 mila abitanti su 11 milioni dispongono del permesso governativo per accedere liberamente a Internet. Yoani deve scrivere velocemente il proprio post. Deve, perché un’ora di connessione costa 6 dollari, l’equivalente di due settimane di lavoro. Un cubano che non rispetta la legge e si connette privatamente può essere condannato a cinque anni di prigione. Una cyberdissidente come Yoani, che ha addirittura l’ardire di postare articoli “contro-rivoluzionari” servendosi di siti stranieri, rischia fino a 20 anni di carcere. 

Cuba e, ovviamente, Cina. Ma anche Iran, Egitto, Corea del Nord, Vietnam e Zimbabwe. Nel mondo, in 15 nazioni1, ci sono 64 cyberdissidenti dietro le sbarre. Nel 2007 almeno 2.600 siti e blog sono stati chiusi o resi inaccessibili. Reporters Sans Frontières, l’associazione che si batte in tutto il mondo per la difesa della libertà di stampa, ha pubblicato la Guida pratica del blogger e del cyberdissidente: un manuale che svela i piccoli trucchi per diffondere le proprie idee on line, per farla in barba ai Governi pro bavaglio e sconfiggere così la Web-censura 

L’obiettivo a lungo termine è proprio quello di abbattere la Grande Muraglia online. La Cina infatti, con 48 cyberdissidenti in stato di arresto, oscura sistematicamente i bloggers e si conferma leader nella graduatoria mondiale del controllo. Il Partito comunista cinese ha investito miliardi di dollari nella creazione del Beijing Internet Information Administrative Bureau: un organismo che ufficialmente si occupa di monitorare i contenuti on line, ma di fatto interviene direttamente a dettare l’agenda, o a correggere il tiro delle notizie. Le direttive impartite dalla cyber-polizia cinese sono asciutte e inequivocabili. Un esempio, tratto dal rapporto di Reporters Sans Frontières: “Ordine di mettere fine ai commenti, agli articoli, ai forum e ai blog sulla donazione di denaro all’Indonesia dopo il terremoto. Ordine di sostituire questi commenti con messaggi di sostegno all’iniziativa, perché migliora le relazioni tra i due Paesi e l’immagine internazionale della Cina”.  

La guida di Reporters Sans Frontières spiega come si può tentare di buttar giù la Grande Muraglia della picidae.bmpcensura on line. La prima soluzione proposta è Picidae, una community server il cui nome viene dal latino e significa “picconi”. Quelli che i tedeschi dell’Est hanno usato nel 1989 per abbattere il Muro di Berlino, ma anche i picconi virtuali indispensabili per scalfire il muro della Web-censura. Il simbolo di Picidae rappresenta proprio un buco, una scalfittura in un muro, ma anche una macchina fotografica stilizzata. Picidae, infatti, distrugge i firewall nazionali e “scatta fotografie” ai siti web bloccati per aggirare la censura e renderli accessibili. Il manuale del cyberdissidente spiega poi anche come postare anonimamente e come usare TOR: un programma anti-bavaglio che devia le comunicazioni, impedendo di individuare i siti che si stanno visitando e di rintracciare il luogo da cui si è connessi.  

Internet è ormai un mezzo importantissimo di comunicazione in tutti quei paesi nei quali i media tradizionali sono sotto il rigido controllo di regimi oppressivi. Per sua natura la rete è meno controllabile, anche se i liberta-dela-rete.jpggoverni antidemocratici cercano in ogni modo di tenerla sotto sorveglianza. Il sostegno alla lotta per la Web-libertà dovrebbe essere, proprio per questo, un preciso impegno dei paesi democratici e della comunità degli utenti di internet. A cominciare, per esempio, dal sostegno al primo timido passo fatto a Cuba da Raul Castro. Uno dei primi provvedimenti adottati dal nuovo leader cubano - che ha da poco ufficialmente ereditato il potere nell’isola caraibica  dal fratello Fidel – è stato autorizzare per la prima volta nella storia del paese la vendita di alcune apparecchiature tecnologiche proibite, come dvd e forni a microonde, ma soprattutto personal computer. Da qui alla scalata della Grande Muraglia della censura online la strada è ancora lunga e i suggerimenti del manuale di Reporters Sans Frontières restano purtroppo una strategia di difesa necessaria.  

1 Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Etiopia, Iran, Uzbekistan, Siria Tunisia, Turkmenistan, Vietnam e Zimbabwe

Mar 13

di Alessandra Clementini

Ormai da tempo siamo abituati a parlare della società attuale come quella in cui, come mai prima d’ora, operazionechirurgica.jpgprevale l’apparire sull’essere. La notizia apparsa in questi giorni sui media internazionali, sulla possibilità di intervenire chirurgicamente per correggere i difetti dei lineamenti tipici di chi è affetto dalla sindrome di Down, con lo scopo di “adattarsi” alla società, porta a riflettere su come la cultura dominante sia ormai quella che vede nell’esteriorità l’unica via per essere accettati dagli altri. Non è confortante sentire frasi come quelle pronunciate dalla bella madre di Ophelia, dichiaratamente “rifatta”, e dal padre, rinomato chirurgo plastico, sugli interventi a cui sottoporranno la figlia una volta raggiunti i 18 anni. Di primo acchito, sembra quasi che si tratti di una brillante trovata pubblicitaria, salvo poi rimanere esterrefatti nel pensare che dei genitori possano aver ipotizzato di modificare chirurgicamente il viso della propria figlia in nome dell’accettazione sociale e della felicità.

È una questione di autostima – sostiene candidamente la madre – se c’è qualcosa del tuo corpo di cui non sei felice, perché non correggerlo? Voglio solo che Ophelia sia felice.” Sebbene abbia suscitato non poche polemiche in Gran Bretagna, il desiderio di questi genitori all’avanguardia coi tempi, sembra condiviso anche da altre famiglie che si confrontano con la sindrome di Down, ritenendola un problema sociale.

Ma, siamo proprio sicuri che chi è affetto da tale alterazione genetica (in termini scientifici si parla di Trisomia 21, per via della presenza di un cromosoma in più nelle cellule di chi ne è portatore) non si senta accettato dalla società, o non sia felice a causa del proprio aspetto? O forse a non essere felici e ad avere difficoltà ad accettare un figlio “diverso” sono proprio i genitori che, dietro il “rimedio” chirurgia estetica, celano il proprio desiderio di avere un figlio “normale”?

Il problema centrale, non è tanto l’uso proprio o improprio della chirurgia plastica, quanto la capacità dei chiururgia-estetica-per-disabili.jpg

genitori di accettare una nuova condizione di vita e di impegnarsi nel far acquisire al figlio la consapevolezza di essere una persona unica, degna di rispetto e stima al pari di qualsiasi essere umano. Al contrario, trasmettere al proprio figlio, durante la fase evolutiva della sua personalità, l’idea che l’aspetto esteriore della persona prevalga su ogni altro aspetto della persona stessa per via di una società in cui l’immagine è tutto, significa agire negativamente proprio sull’acquisizione dell’autostima, quale schema cognitivo-comportamentale che viene appreso sin dall’infanzia. Da questo punto di vista, un bambino che si sente accettato dagli adulti che si occupano di lui sviluppa un senso di adeguatezza che inciderà in modo positivo successivamente nelle relazioni con gli altri. Risulta fondamentale, pertanto, che sin dalla tenera età la famiglia sostenga la crescita del bambino attraverso messaggi educativi positivi, che lo conducano a credere nelle proprie capacità, ma soprattutto nella propria unicità. Dovere di ogni genitore è accogliere e accettare il figlio per quello che è, senza ambire a cambiarlo e agire sulla formazione della sua personalità per aiutarlo ad accettarsi per ciò che è e non per come appare.

Mar 10

di Emiliano Sbaraglia 

obama-4.jpgBarack Obama vince i caucus democratici del Wyoming con circa il 61% dei consensi, guadagnando 7 dei 12 delegati, mantenendone così un centinaio di vantaggio rispetto a Hillary Clinton. La senatrice dello stato di New York era però tornata in corsa per la nomination presidenziale appena qualche giorno prima, con le importanti affermazioni in Texas, Ohio, e Rhode Island. In particolare, le prime due si vanno ad aggiungere a quelle ottenute negli altri grandi Stati in cui si sono sinora svolte le primarie democratiche, vale a dire New York, California, Massachussetts, in attesa di un appuntamento che potrebbe rivelarsi a questo punto nodale, quello in Pennsylvania del 22 aprile. 

Lo scenario che lentamente si va configurando nella scelta del candidato democratico è la paradossale situazione di un Obama che si assicura un maggior numero di Stati, e dunque un maggior numero di preferenze rispetto a Clinton (ne sono stati calcolati all’incirca ottocentomila in più), mentre la stessa Clinton continua a dimostrare una solida e di certo rilevante “maggioranza politica” affermandosi negli Stati più importanti. Elemento di non poco conto, questo, da tenere bene in considerazione da qui al 26 agosto, giorno nel quale, verosimilmente, sarà la Convention di Denver a definire il vincitore di una competizione, che viene seguita con passione e interesse non soltanto negli Stati Uniti.  

Quello che per adesso può essere affermato quasi con certezza, è il fatto che nessuno dei due candidati hillary-2.jpgriuscirà a raggiungere la cifra di 2025 delegati, utile a conquistare la nomination prima dell’appuntamento in Colorado. Per questo Hillary, appena saputo dei risultati favorevoli in Texas e Ohio, ha immediatamente offerto la vicepresidenza al suo rivale. Messaggio rispedito al mittente da Obama durante lo spoglio delle schede in Wyoming: “Non mi vedrete come candidato alla vicepresidenza - ha dichiarato rivolto ai suoi sostenitori -. Lo sapete, io sto correndo per diventare presidente. Abbiamo vinto il doppio degli Stati della senatrice Clinton e abbiamo raccolto più voti e io penso che manterremo il vantaggio nella conta dei delegati”. 

Partita ancora tutta aperta, dunque, e questione non semplice da risolvere: anche perché, una eventuale vittoria di Clinton grazie al voto dei superdelegati a Denver, potrebbe dare la sensazione all’elettorato democratico favorevole ad Obama di subire una sorta di ingerenza politica rispetto al pronunciamento popolare, causando in  molti la decisione di non tornare alle urne per l’elezione del prossimo 4 novembre, quando si sceglierà il futuro presidente americano. 

Non bisogna inoltre dimenticare che sul fronte repubblicano la situazione pare di gran lunga più fluida.John mccain-e-bush.jpgMc Cain si è aggiudicato la nomination del suo partito, superando la soglia dei delegati richiesti (poco più della metà rispetto al sistema democratico), e ha già iniziato la sua campagna elettorale presidenziale. Prima tappa, non poteva essere altrimenti, il simbolico passaggio di consegne con l’attuale inquilino della Casa Bianca, George W. Bush, attraverso un cerimoniale pubblico non privo di qualche imbarazzo, vista la battaglia senza esclusione di colpi che li aveva visti protagonisti nel corso delle primarie repubblicane del 2000, prima che Bush ottenesse il mandato presidenziale, confermato poi quattro anni dopo. Ora naturalmente le cose sono cambiate, e chi si appresta a lasciare la stanza ovale incorona già Mc Cain, definendolo un “ottimo presidente” 

Il senatore dell’Arizona si sta ora dedicando alla strategia per le prossime settimane, cercando di individuare i punti deboli di chi sarà in corsa contro di lui. Obama o Hillary, lo staff di Mc Cain sembra puntare ad assicurarsi alcuni Stati solitamente appannaggio dei  democratici, proseguendo in questo modo una linea politica che vede Mc Cain guardare più verso l’ala morbida del suo partito piuttosto che verso quella “radicale”, visto che la prima  potrebbe rivelarsi decisiva nello spostare i voti di un elettorato democratico scontento dall’andamento delle primarie. 

New Jersey, Connecticut e addirittura California (tradizionale stato democratico) gli obiettivi individuati da Mc Cain, in cerca anche lui di un “vice” adeguato e utile per conquistare la vittoria finale.