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Serve il coraggio di osare Quando ti sei accorto che dovevi fare questo passo? A dirla tutta, ancora oggi non ho la certezza d’essere uno scrittore. Ho pubblicato libri molto diversi tra loro e la mia carriera è stata piuttosto discontinua. Forse è per questo che non riesco a pensare alla scrittura come a una professione. Da questo punto di vista, sono sempre alla ricerca di conferme, ma il giudizio degli altri non basta a darne di definitive. Non posso fare a meno di chiedermi se, in generale, scrivere abbia un senso e se, più specificamente, abbia un senso che sia io a farlo. Allo stesso modo, mi interrogo continuamente sulla qualità di quello che produco. Le risposte a questi quesiti sono sempre temporanee e le classifiche di vendita, così come le lettere di apprezzamento dei lettori non sono altro che dei palliativi. Manganelli diceva che lo scrittore non esiste. Che si può essere romanzieri senza essere scrittori e che niente può darti mai la certezza: né il successo, né l’insuccesso né il plauso della critica… Per carità, non è una vita di soli dubbi e di scoramento! Ci sono anche momenti di felice consapevolezza, nei quali si prende coscienza del proprio valore. Il fatto è che questa consapevolezza non comporta alcuna garanzia, ma è una continua sfida con se stessi. Ogni volta che hai finito di scrivere qualcosa sai di dover mettere ancora più impegno in quanto progetti di fare dopo. Insomma, in letteratura devi sempre dare il massimo. Hai cominciato con la poesia. Quando sei passato alla narrativa? Ho cominciato a scrivere i primi racconti intorno ai ventitre anni. Nel 1988 ne ho pubblicato una prima raccolta, intitolata Arabeschi della vita morale, edita da Longanesi. Un anno dopo sono usciti il romanzo Il polacco lavatore di vetri e la raccolta di poesie Elegie e proverbi. Dopo questi primi tre libri, per molti anni ho continuato a scrivere ma non ho più pubblicato nulla. Come sei arrivato a pubblicare il primo libro? Superati i venticinque anni, per fare il poeta occorre consapevolezza, desiderio e soprattutto una capacità che non può più essere quella di chi consegna estemporanei slanci lirici alle pagine del proprio diario. Anch’io scrivevo, ma la consapevolezza del valore di quanto producevo l'ho acquisita piuttosto tardi. Ho iniziato a pubblicare spinto da chi leggeva i miei scritti. Sono stati soprattutto Franco Cordelli e Valerio Magrelli a incoraggiarmi e a suggerirmi di proporre i miei racconti a un editore. Quindi già frequentavi l’ambiente letterario? Si, anche se più sul piano giornalistico e critico che su quello creativo. In quegli anni ho scritto molto dal punto di vista critico soprattutto sulla poesia, pubblicando su Paese sera, ma anche su varie riviste letterarie. L’amicizia con artisti e scrittori è stata uno stimolo importante a scrivere e dire qualcosa che fosse esclusivamente mio. Mandai i miei racconti a tre editori ed ebbi risposte positive, soprattutto da Longanesi e da Guanda. La pubblicazione del mio primo libro mi ha dato fiducia nelle mie capacità. Fu una specie di esperimento, da cui in parte rimasi anche deluso. L’ingresso nel mondo della letteratura non fu particolarmente esaltante. Ero un ragazzo molto moralista e timido e l’atmosfera dei salotti letterari contrastava con il mio carattere e la mia personalità. Cosa ti ha spinto ad andare avanti? Dopo le prime esperienze ho preferito fare un passo indietro. Per tutti gli anni ‘90 ho continuato a scrivere, ma pubblicando poco o nulla. Ho anche smesso di frequentare il mondo letterario, perché mi annoiava, ma soprattutto perché mi interessava conoscere altri mondi, diversi e lontani da me. E poi si può scrivere anche dal di fuori della cosiddetta società letteraria. Anzi… Qual è il tuo rapporto con le case editrici oggi? Tornare a pubblicare dopo un lungo periodo di silenzio non è stato facile. Orti di guerra, uscì da Fazi grazie alle insistenze di Arnaldo Colasanti ed Emanuele Trevi che all’epoca lavoravano presso quell’editore. In quegli anni scrissi anche un poema di cento pagine, La comunione dei beni, che venne rifiutato da molte case editrici e che uscì solo perché Enzo Siciliano, che lo aveva letto, lo mandò a Giunti. A spianarmi la strada fu Maggio selvaggio, che pubblicai con Mondadori. Si trattava di un libro sulla mia esperienza del carcere [Albinati insegna italiano nel carcere romano di Rebibbia, n.d.r.], che ebbe un discreto successo. Da allora le cose si sono fatte più facili, anche perché i miei libri hanno continuato a vendere e a raccogliere buone critiche. In questo momento sto vivendo un buon periodo, anche se non bisogna immaginare chissà quali favolosi guadagni… Che impressione hai del mercato editoriale? C’è un po’ di tutto. Ogni editore cerca di diversificare molto i propri programmi editoriali per cercare di intercettare un pubblico più ampio possibile. Sono pochi quelli che perseguono un progetto con un’identità forte. Insomma, gli editori italiani si sono fatti molto prudenti, visti i ristretti margini economici con i quali lavorano. Cosa consigli a chi vuole diventare uno scrittore? Di avere il coraggio di osare. Di investire molto su se stessi, ma senza indugiare troppo. Spesso si tende a rinviare aspettando chissà quale conferma. Invece, vale la pena di provare. Bisogna avere la forza di affrontare anche una possibile sconfitta. Insomma, buttarsi nella mischia, provare e, alla fine, se necessario, prendere atto di non avercela fatta. E per pubblicare? Innanzitutto, far leggere le proprie cose a qualcuno del cui parere si ha fiducia, così da avere un primo giudizio esterno. E poi lavorare sodo e selezionare gli editori affini a quanto si è scritto. Infine, proporre i propri scritti solo quando si è sicuri di aver dato il massimo. Mettendo in conto anche che possano essere rifiutati. a cura di Giovanni Battista Tomassini |
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